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La felicità, un regalo già donato
Liberate la libertà
Il senso della preghiera e della meditazione
Io sono, tu sei , noi siamo…in relazione con il tutto e
tutti gli altri
L’Amore assoluto… E se noi amassimo per davvero…
Nascere è “non- nascere”…senza morire
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LA FELICITA, UN REGALO GIA DONATO...
(Revue 3eme Millénaire n° 75 - Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini )
Il concetto di felicità è il più usato del pianeta. Basta guardare tutte le
pubblicità che vantano i meriti di un domani migliore…
E’ nelle cose che si possiedono, nei viaggi che si fanno, nella riuscita
sociale, nel partner ideale, nelle trascendenze illusorie o più semplicemente in
ciò che è qui, dove tutto è al suo posto e non manca niente?
D: David, secondo voi, cos’è la felicità ?
R: L’esperienza della felicità non è né un “altrove” né un oggetto materiale, né
una risposta definitiva…, è piuttosto un meravigliarsi d’essere la Vita senza
spiegazione, proprio l’incantesimo di essere qui, tutto in sé…, morendo e
rinascendo, continuamente presenti nel vissuto degli avvenimenti. Immediatamente,
è anche non annoiarsi in questo istante terrestre che mai si ripresenterà…
perché la vita non si ripete, si rinnova in noi…
D: Ma è difficile trovare la felicità nel quotidiano.
C’è sempre qualcosa che non va e poi il mondo non va affatto bene, ci sono le
guerre, l’odio, la fame, allora come trovare la felicità in tutto questo caos ?
R: Capisco che è difficile, perché per voi il mondo è già conosciuto.
E‘ vecchio e non offre più sorprese! (risa). Dov’è finito quel bambino
meravigliato, gioioso, creativo, l’avventura negli occhi? E’ diventato un
vecchio che ha banalizzato tutto, invece di vedere “ciò che è altro e diverso”.
A causa della legge del dèjà-vu, del già conosciuto, l’immagine-me trasforma la
diversità infinita in una “cacatura cerebrale” o in una statua di pietra
pietrificata. Il principio vivente è così crocifisso e il bruco non ha più
nessuna possibilità di trasformarsi in farfalla.
E’ una sconcertante abitudine cerebrale che noi abbiamo quella di rinchiuderci
nei sarcofagi del nostro passato per immaginarci che possano tornare gli stessi
problemi. Questo porta: “il mio futuro è un problema, niente cambierà e il mondo
è una fatalità”. E’ il prezzo di un lassismo intellettuale, di una noia di
vivere, creata da un pensiero degenerato, che distrugge il mondo poetico della
nostra infanzia, riportando “il nuovo al medesimo, il futuro al passato, lo
sconosciuto al conosciuto, il mutevole all’immobile”. Finito il fluttuante
movimento del reale, dove le cose sono senza sosta, “altre”. Allora, per
rispondere alla vostra domanda, come trovare la felicità nel caos? Se ci si
centra su se stessi, si dimenticano i ragionamenti, per rendere coscienti le
emozioni. Vivendo le nostre emozioni pienamente, siamo nel cuore delle nostre
sensazioni. Trascendendo le nostre sensazioni, scopriamo l’essenza di noi stessi.
Lì non manca niente. Tutto è calmo. Un senso di unità con ogni cosa ci riempie
totalmente. Ecco una pista per ritrovare la sensazione di felicità in sé.
D: Sembra che diciate che si può avere una autentica
esperienza dell’ “altro” e che, qualsiasi siano le circostanze dello stato
attuale del mondo, la rappresentazione dell’ “altro” può essere integrata nella
visione d’infanzia che ingloberebbe l’armonia del tutto ?
R: Nei ricordi calmi e inalterabili dell’infanzia, che non ha
conservato la sensazione semplice e familiare di vivere in un “corpo-Mondo” dove
il tempo, lo spazio e la nostra presenza si esprimeva in intime confidenze: “la
leggenda di io sono quello”? Il mondo era una successione di scoperte, di
appuntamenti immediati, perché il segreto e il mistero erano a cielo aperto
sotto l’inscindibile bellezza del tutto… “Sono come sulle ali di una farfalla…
svolazzando da un posto all’altro… la mia esistenza è leggera, nessuna parola è
in grado di dire ciò che trabocca e si esprime all’infinito. Come una risacca
vado e vengo da un viaggio-oceano.
Qui non provo alcuna minaccia, alcuna confusione…
Qui sono in questo… in quello… l’aria… il mare… la terra… le rose… gli iris… l’erba..
amici o nemici.
Sono l’oceano che penetra nella pioggia. Inspiro il mondo nuovo e muoio
all’antico. Come la sfinge, rinasco infinitamente alla mia appartenenza, e a
questa geniale bellezza. Si, emergo e vivo da sempre qui, immobile spettatore
della continuità del mondo… perché il tempo e lo spazio non esistono ancora, e
le parole non sono ancora nate per separare le cose… Tutto m’appariva sconfinato
e cucito insieme nel “corpo della mia coscienza”.
Qui, sono caduto in me e provo il miracolo d’esistere… sono il mondo neonato.
Sono tutto questo e i miei nomi sono: l’albero, la libertà, l’amore, le gioie,
le pene, gli altri, il quarzo, il risveglio, il torrente di montagna e la gioia
senza fine… perché amo ciò che non conosco ancora in questa umile e modesta
presenza terrena.
D: Ma perché non sappiamo conservare questo presente
terreno !
R: Perché non viviamo la nostra vita, qui e ora, noi la pensiamo.
Così la realtà ci sembra difficile e cerchiamo la felicità altrove, più tardi.
“Quando sarò, quando avrò” cioè in un concetto, una proiezione, un’idea di
felicità. Siccome il “ mio” mondo è noioso e senza valore, reclamo qualcos’altro.
Lascio allora il dono nascosto che la vita mi offre in questo momento, per
ubriacarmi di futuri cambiamenti immaginari. Compensano la mia noia viaggi
esotici o oggetti-portafortuna. Sotto la copertura di conoscenze spirituali, di
“illusioni trascendenti” come la salute perfetta, la vita senza emozioni, lo
stato di vuoto senza pensieri, un paradiso senza “altri” (che mi criticano o mi
disapprovano),che mi rubano il mondo immediato e il regalo già donato (risa).
Infatti, il soggetto si proietta in una felicità futura perché gli manca
qualcosa. Ora, lui non è separato che da un’immagine di se stesso. Questa idea
di dissociazione tra “essere la coscienza diretta sul teatro della vita” e
“pensare di essere assenti dal teatro” crea la dualità, la mancanza, la
separazione.
Su questa base concettuale errata della lettura della realtà, l’idea pura
dell’infanzia resta in attesa, si dimentica, non scompare ma sonnecchia. Il
soggetto agisce nel quotidiano, ma si annoia dall’inizio… Allora ha tragicamente
l’impressione di bisogno e di mancanza di essere.
D: Come fare per risvegliarsi da questo nottambulismo ?
R: La natura del pensiero è felice prima del risultato da ottenete: “devo essere
felice…”.L’importante sul cammino da qui a qui è portare l’attenzione sul
percorso, non sulla linea d’arrivo, il traguardo. L’intenzione di scegliere di
Essere non è un atto passivo, ma un’intenzione di esprimersi. L’intenzionalità
mostra quella particolarità innata che ha la coscienza di essere cosciente di
qualche cosa e di dirigere l’intenzione intelligibile verso ciò che “veglia
prima di pensare”. Questa intenzione attiva e amorevole risveglia il legame tra
l’oggetto di osservazione e il soggetto puro. Diventando l’osservazione sempre
più purificata, sempre più staccata da ogni previsione e anticipatazione,
diventa allora un atto di auto-osservazione assoluto come una continuità d’Essere,
senza perdersi o lasciarsi, una presenza a se stessi, appuntamento eternamente
rinnovato.
La coscienza non è né uno stato, né un oggetto o un contenitore, ma un processo
dinamico. La coscienza è un’intenzione ludica e felice di esserci,
manifestandosi sempre più nella realtà di tutti gli esseri.
Così, quando ritroviamo l’intenzionalità del cuore, quando facciamo questo gesto
spirituale di libertà, ci troviamo pieni di gioia, luminosi come un neonato che
nasce a un nuovo mondo.
D: E’ il nirvana ?
R: Qui, nessuna promessa d’estasi, nessuna chimera o pittoresca magia per
spezzare la noia, ma una relazione con l’intelligenza del vivente, una relazione
diretta, immediata con il soffio che porta la speranza felice della nostra
umanità.
Qui, in questa semplicità, in questa gioia senza oggetto, vivo felice in una
presenza che non posso né perdere né lasciare. I giorni e le notti sono come una
nota che rinasce da mondi infiniti che si rinnovano continuamente. Allora la
felicità terrena è gioiosa come un coro di scuola e le mie parole-silenzio
voltano le pagine della vita senza criticarla.
Qui, la felicità è essere in vostra compagnia e negli occhi sconosciuti che
leggono queste pagine. Sono molto sensibile all’amore dei miei vicini e di tutti
i miei amici che illuminano la mia esistenza, perché è il mondo che s’impara, è
il mondo che prova un’emozione pura di fratellanza, è il mondo felice che si
trova trasformato.
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(Revue 3eme Millénaire n° 70 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini)
La libertà interiore è uno stato naturale al di là dei pensieri. E’
geneticamente programmata nell’essenza stessa della vita. Molti lo sentono “per
caso” in momenti di pace e di silenzio dove non manca niente.
Come rendere questa via di liberazione più accessibile?
Il “gene della libertà” è codificato, si inscrive dall’eternità nel principio
attivo di ogni cosa manifesta. E’ invincibile, immortale ed eternamente presente.
E’ al di là della vita e della morte. E’ uno “spazio senza esilio” nel quale si
dispiega “un tempo senza esilio” nel quale si dispiega “un tempo senza morte”.
Per comprendere questo principio prendiamo l’esempio dei geni: la scienza ha
scoperto che noi li condividiamo con le piante e gli animali, le loro marche
sono solo diverse. Una continuità genetica al di là delle specie ci è allora
comune. Questa si sviluppa in uno spazio di creazione e di distruzione che
trascende il mondo delle apparenze e delle differenze. Questa espressione di ciò
che non cambia, qui ed ora, dà la nascita al tempo e allo spazio. E’ un
movimento che permette all’eterna libertà di incarnarsi, “Io sono questo, qui e
immediatamente”
D: Qual è la distinzione tra un pensatore ignorante che
ignora la propria libertà e un essere che conoscerebbe la verità e la semplicità
?
David : E’ la distinzione tra il cercatore perduto e l’esploratore
estasiato, felice. Il primo sogna di essere in esilio. E’ impegnato a parlare
delle sue tentazioni, le sue mancanze: dorme… E’ il pensatore esiliato. Il suo
mondo è abitato da attacchi, difese, sofferenze, angosce. Attraversa il giorno
come un sonnambulo la notte. Passivo, si lamenta e crea la dipendenza dall’altro.
L’altro è cosciente della sua semplicità e del suo amore per l’esistenza. Sa
tornare all’immediato, veglia, è libero interiormente. Attraversa il suo spazio
di vita come un’esploratore entusiasta,, naturale e silenzioso; così il suo
tempo di vita non è uno spazio orario da riempire, è questo spazio/tempo d’eternità
dove si dispiega l’autoconoscenza cosciente. Il suo pensiero puro guarda
costantemente l’eternità e il rapporto con il reale.
D: Voi dite che c’è un’etica gioiosa del liberato; che
ne è del pensatore ?
David: Finché sogna i suoi dubbi e le sue alternative, soffre. A
volte l’impazienza, la mancanza d’onestà interiore, le scuse metafisiche, le
credenze della cultura gli fanno pensare che può eludere la perentorietà
dell’etica spirituale. Le scuse di fronte alle difficoltà del reale gli fanno
sperare che il filo della libertà sarà meno tagliente. E’ spesso l’ingenuità del
neofita che cerca scuse tra la voglia dì essere libero e il dovere, la
responsabilità che questo comporta.
D: Il “pensatore-viaggiatore” nel suo viaggio da qui a
qui (la liberazione) deve riapprendere l’etica e la lucidità ?
David: Nel cuore dello spirito della scoperta, l’esploratore apprende
e cresce in maturità. Il suo percorso iniziatico e le sfide del reale gli
serviranno ad attrezzarsi nell’incontro con le sue vere paure. Coraggio,
intrepidità, lealtà, pensiero-azione-soddisfazione saranno i nuovi valori che
dovrà far suoi. Vincitore sui suoi condizionamenti e sulla sua mancanza di
volontà, diventerà conduttore della libertà: dignità nelle prove, riso e
semplicità segneranno il suo rapporto con il reale.
Ma non illudiamoci, il filo del rasoio non è un’amaca dove ci si culla con belle
parole o risposte sdolcinate… Il cammino non è fatto per i tiepidi che hanno
costruito le loro credenze su monumenti intellettuali.
Tuttavia le mie parole non mirano a rendere il cammino della libertà drammatico.
La natura della libertà è leggera, gioiosa, non appesantiscono la farfalla nel
suo volo, ma è necessario passare dalla generalizzazione e dall’istinto a una
lettura lucida del cammino per non rischiare di impantanarsi nelle impasse.
D: Come lasciamo l’istante cosciente, la libertà per
ritrovarci nella conoscenza mentale ?
David: Attraverso l’identificazione del soggetto con la conoscenza
mentale. E’ l’origine e la sofferenza dell’uomo. Chi sono originariamente
sparisce gradualmente a beneficio di ciò che so.
Dall’età della ragione, studiamo letteratura, storia, geografia, scienze,
politica ecc. Queste conoscenze memorizzate non sono innate, sono trasmesse
dagli altri. Questo sapere è responsabile, senza che noi ne facciamo esperienza
da noi stessi. Questo principio d’acquisizione delle informazioni esterne come
soluzione delle nostre istanze interiori è automatizzato, generalizzato.
Diventiamo degli autonomi che si immaginano che ciò che sanno è più vero di ciò
che sono. Ne deriva, una sequela di moralismi, di generalizzazioni, di giudizi,
di veti e di evidenze più o meno tenebrose, che ci colpevolizzano per non essere
un essere di libertà. Allora entriamo nel mondo di causa ed effetto, nel quale
tutte le spiegazioni e le alternative comportano i nostri rinvii e giustificano
il nostro stato “d’esiliati”. L’atto di separazione è così attuato con un
meccanismo di surplus d’informazione esteriore a scapito del valore della
autoconoscenza. Finito lo spirito di scoperta, di appetito di conoscenza e d’azione
naturale di meraviglia in se stessi, tutto è banalizzato, spiegato,
razionalizzato e “pubblicizzato”.
D: In questo modo siamo parassitati dai pensieri
mentali, ma ne siamo coscienti ?
David: No; come un pazzo sulla strada che parla ad alta voce con
persone immaginarie, ci parliamo, dialoghiamo sottovoce con la nostra testa. Non
c’è differenza che nel volume sonoro… Siamo capaci di dare risposte automatiche,
senza riflettere, che non sono realiste. Solo un vago malessere ci rivela che
“forse” non sono giuste.
D: Per quale tocco di magia l’Ego (il pazzo) impedisce
la libertà e oscura la coscienza creando così la sofferenza ?
David:
a) Per un pensiero immaginario proiettato che drammatizza il futuro e fa
rimpiangere il passato, eliminando così la trasmissione e la conoscenza
cosciente contenuta in ogni istante presente. La conoscenza mentale rende
solitari: divide, giudica, esclude, punisce.
b) Per le immagini di me che nascondono la lettura intuitiva, simbolica, sacra e
universale di noi stessi. Non resta del sole interiore che un lucore smorto,
giusto per vedere ed abituarsi alle tenebre.
c) Per il linguaggio articolato che fa si che le parole siano prigioniere dello
spazio-tempo. Esse hanno una memoria, un contenuto. Non esprimono che la storia
del mentale e la ripetizione di sofferenze. Torre di Babele ineluttabile.
d) Per i pensieri che ostruiscono i canali dei sensi. Questi non trasmettono
altro che la frattura con l’esteriorità. C’è un paesaggio esteriore (gli altri)
e un paesaggio interiore (me) ma nessun legame tra i due. Sono solo e isolato e
“vedere” è sostituito da guardare, “ascoltare” da intendere, “toccare” da
guarire ecc.
e) Sul piano del comportamento, l’ego (l’uguale) traveste la coscienza d’Essere
immaginando di possedere il potere creatore. Egli vuole:
• Essere riconosciuto e essere potente (soprattutto non mostrare la propria
fragilità)
• Non morire
• Spiegare il perché gli dà l’impressione di un sapere personale che maschera la
paura della sua ignoranza
• Da’ delle lezioni perché ha delle certezze. E’ diviso! Così divide per regnare
e colpevolizzare gli altri
• Sa bene spiegare perché essi hanno torto; questo gli permette d’aver ragione e
soprattutto di non cambiare le sue posizioni. Giudica con una logica implacabile
e va fino ad escludere in nome di Dio…!
• “Esteriorizza” gli “altri”. Ciò che essi pensano di lui è immaginato,
proiettato ed ha mota importanza. E’ il famoso “sguardo dell’altro”. Vi entriamo
con l’illusione dell’interpretazione mentale; il giudizio e il senso di colpa
sono interiorizzati come evidenze concrete. Il “folle” è entrato nel teatro
della mente. “Sente” che qualcuno lo osserva. La conoscenza di sé è fuori
circuito; è come se in un aereo il sistema informatico previsto per assistere il
pilota non obbedisse più e facesse di testa sua. E’ una presa di potere
illusoria alla quale crede identificato il suo “mentale mentitore”
D: Potete spiegarci la distinzione tra la libertà
interiore e la liberazione ?
David: La liberazione è come una madre in una attitudine dinamica di
aprire sempre il cuore e le braccia; la libertà interiore individuale è il gesto
del bambino che, aprendo le braccia a sua volta, si lascia abbracciare.
Si tratta di un atto da compiere; scegliere la libertà, e farlo al di là d ogni
attesa passiva e del chi-vive istintivo. Lo scopo del nostro destino è di
liberare la nostra libertà nel cuore di questa corrente universale. Questa
partecipazione è esploratrice, ludica, dinamica, giusta attenzione e attenzione
senza un “affaticamento psicologico”. Questa corrente universale genera amore e
libertà infinita. Ci porta come un fiume porta una barca. Questa corrente ci
porta perché ne diveniamo coscienti, non ci porta come un ramo morto, come se
fossimo dei dormienti incoscienti d’essere.
D: Il nostro destino è dunque di viaggiare nella
corrente della liberazione e la nostra partecipazione individuale e attiva è un
“fare partecipare” nello spirito della scoperta ?
David: Si, restiamo nell’analogia del fiume: in un recente atelier-avventura
nelle Lande, la corrente del fiume ci ha insegnato questa distinzione tra un
lasciar-fare passivo dove non c’è niente da fare e un fare-condurre nella
corrente che ci porta. Se siamo in una barca senza utilizzare i remi la corrente
ci porta dove vuole. Siccome il fiume è sinuoso, sparso di tronchi, di sassi e
banchi di sabbia, la nostra barca corre un vero rischio di rovesciarsi o di
restare impigliata in questi ostacoli contro corrente.
Praticamente cosa abbiamo imparato e qual è l’arte di condurre la libertà?
Condurre la barca non vuol dire lasciarsi portare dalla corrente, ma dirigere la
propria condotta.
L’azione di dirigere di fronte agli ostacoli deve essere immediata. E’
importante essere totalmente presenti, vigili, attivi. Ogni ritardo
all’adattamento alla corrente fa andare la barca alla deriva e accresce il danno.
Invece, se l’adattamento alla corrente e agli ostacoli è immediata, lo sforzo da
fare è facile e divertente.
La barca deve essere diretta e andare un po’ più veloce del movimento del fiume
perché ci sia padronanza. Là entriamo nel piacere individuale d’essere liberi e
partecipiamo alla gioia d’esserne coscienti. La libertà è liberata. Aggiustarsi
nel senso della corrente diventa allora un piacere fluido, intelligente e
creativo. Quando questo gioco s’inventa nello spirito della scoperta, senza
“fatica psicologica” né identificazione ristretta alla nostra produzione
mentale, è sorprendente rendersi conto che è il fiume che gioca con noi. Tutto
s’inverte allora in un grande scoppio di risa. La vita universale gioca
attraverso la coscienza individuale, è “Io sono quello” che gioca con “io sono
qui”. La sensazione del sorgere della libertà procura un sentimento di
invincibilità semplice d’essere il vincitore dell’istante presente.
Questo favorisce un’armonia a livello del corpo, delle emozioni, della mente
come la relazione con il reale, unità ritrovata dal giusto atto d’Essere.
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IL SENSO DELLA PREGHIERA E DELLA MEDITAZIONE
(Revue 3eme Millénaire n° 67 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini)
D: David, meditate ancora ?
R: Si, medito! 24 ore su 24. L’immersione in questa testimonianza eterna e
onnipresente è una “qualità d’essere, “la meditazione-coscienza” che interagisce
con tutte le fasi della vita, 24 ore su 24. E’ una contemplazione pura, un
rapimento d’essere senza riferimento conosciuto, né tangibile né intellettuale,
una mente che si integra allo svegliarsi e all’ingrandire del mondo. Questa
“meditazione del cuore” non è un’estasi mistica che porta all’intuizione
dell’Uno, ma una integrazione della fusione universale, in uno spirito umano,
che partecipa a tutte le attività familiari alla sua esistenza senza confusione.
E’ come una testimonianza dinamica e atemporale che unisce il creatore alla sua
creatura.
D: Per me, la preghiera è il linguaggio articolato dal
credente che tenta di riunirsi al divino, al sacro. Di fronte a un pericolo
imminente, in una sofferenza acuta, una preghiera può sorgere da qualsiasi bocca
umana; questo vi è già capitato prima del risveglio ?
R: Si, davanti a una situazione gravissima ed eccezionale, ho potuto
assistere al crollo del mio personaggio psicologico. Era come trapassare lo
scenario dei miei lamenti o attraversare il riflesso dello specchio. In
un’esperienza inaudita e ricca d’insegnamenti, un gioioso colpo di magia!
Riteniamo che quando una mente incontra questo più alto grado di sincerità e di
umiltà di fronte ai suoi limiti e alla sua impotenza, trascenda tutti i limiti
psicologici per non farne che solo uno con il voto della sua anima: ritrovare l’eterna
unione in ogni cosa: “Io sono Quello, rinascendo a quello”.
Numerose testimonianze descrivono la storia di quella relazione urgentissima e
sacra. Ci insegnano che questo contatto immediato con “lo stato di preghiera” è
sempre possibile. Qui in questo slancio spontaneo, è la natura della libertà che
si esprime in tutta la sua potenza, espressione della grazia che rovescia tutte
le determinazioni mentali. E’ la natura stessa della vita religiosa nel senso
della “vita che unisce” è riconnettersi al mistero profondo del vivente che
opera in ciascuno qui e ora.
Accettiamo di imparare che “questo principio unificatore della preghiera” è
sempre disponibile. Non aspettiamo gli elettrochoc! Unirsi con dolcezza alla
preghiera cosciente è la via del cuore, una comprensione giusta dell’”istante
che prega”. La preghiera articolata che utilizza la dimensione spazio-tempo è
allora l’espressione di questa forza atemporale che desiderava crescere in
ognuno di noi.
D: Per quelli che non sono in situazioni eccezionali di
sopravvivenza o d’urgenza, qual è il senso delle loro preghiere: sono atti di
devozione, preghiere-bisogno, domande di mendicanti ?
R: In quel caso, la preghiera è sempre in ritardo, non viene dal cuore,
recita parole imparate senza profondità. Bisogna saper staccare la parole
antiche dalla proiezione, dal senso di mancanza e separazione. Chi le utilizza è
un pensatore perduto nei suoi pensieri, la sua identità viene dalla memoria
culturale o ha trasceso i limiti della sua personalità psicologica e sociale?
D: Allora secondo voi, utilizzare la preghiera come “un
turista dell’urgenza” è ingenuità infantile ?
R: L’umano deve sfuggire al dominio della paura e al rifiuto della
realtà. Se non è cosciente di queste abitudini mentali, onora il “timoroso e l’interessato”
Il divino non è un procacciatore di avidità.
D: Per quel che riguarda la meditazione o l’interiorizzazione,
sarebbe solo un rifugio spirituale puntuale o incrocia la realtà della vita
quotidiana ?
R: Il mondo è la meditazione in atto per chi veglia nell’auto-conoscenza. Perché
chi è nutrito di questa conoscenza cosciente, non c’è un meditante alla ricerca
della pace o del risveglio in un futuro più o meno vicino. Lui E’, coscientizza
e apprende in ogni istante, situazione o incontro, senza volere nulla, perché la
sua mente non è più alimentata da pensieri, la vacuità è la sua coscienza
meravigliata. Ciò che conosce non è un sapere di questo mondo. E’ “io non so”.
Veglia sul cuore del vivente rinascendo alla vita e alla morte. E’ questo che
opera la metamorfosi.
D: Ci sono dei mezzi per l’esplorazione di questa
“meditazione cosciente” e come vegliare e ritrovare la pace ?
R: Si veglia sulla pace abbandonando l’idea “del come e dei mezzi per…” Fino
a che il rumore di fondo dei pensieri parassita il nostro essere, è molto
difficile ritrovare la pace unificante nel quotidiano o nell’esplorazione
interiore, che sia di origine contemplativa, riflessiva o trascendentale. Questo
tipo di meditazione include un “meditante pensatore” spostato, identificato con
la sua traccia mentale, come un uomo che, camminando nella neve, si identifica
nelle tracce dei suoi passi e partisse alla ricerca di se stesso seguendo le sue
impronte!
Un meditante-ricercatore maturo può uscire da questo percorso mentale evitando
d’entrare nelle boutique new-age del pensiero confezionato, del fast food
spirituale, del “mac-mantra” e del “gurutismo soporifero”. E’ molto bello fare
un giro del maneggio e salire su tecniche meditative come su cavalli di legno,
ma girare in tondo porta da qualche parte? Qui, non sono “questi mezzi tecnici”
che sono un impedimento per accedere alla nostra immediatezza naturale, ma il
meccanismo di proiezione e l’attesa di un risultato che le rendono inefficaci.
D: La presenza di un risvegliato è un aiuto ?
R: Si, è un aiuto, ma non un obbligo; tutto ciò che è creato è il frutto di
questo “risveglio guardiano del Tutto unito”.
D: Dunque questo spirito cosciente non è soggetto alla
conoscenza pensante, né all’esteriorità; non è il prolungamento del sapere
appreso o dei condizionamenti sociali. E’ esatto ?
R: Si, la sua mente è aperta, creativa al di là delle informazioni
memorizzate. La sua attività non discende dal principio dell’errore, ma da
un’autoconoscenza fusa con il Mistero dell’esistenza. La sua mente luminosa ha
trapassato la memoria delle parole, dei miti e delle credenze. Risuscita in lui
il fiorire folgorante di quell’energia di cui ogni umano è depositario. La sua
mente è uno spazio di fiducia e di pace. Non vive più nell’illusione del passato
e non proietta niente nel futuro.
D: Siamo tutti individualmente i depositari di questo
tesoro nascosto nell’essenza stessa del vivente !
R: Si, la nostra mente è pura, luminosa, immacolata, bellezza
incandescente nel firmamento dell’infinita grazia di ESSERE!
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IO SONO, TU SEI, NOI SIAMO... IN RELAZIONE CON IL TUTTO E TUTTI GLI ALTRI
(Revue 3eme Millénaire n°80 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini)
D. Ogni secondo sette biliardi di neuroni sono in
relazione per mantenere in vita ogni individuo! La terra è attraversata da
particelle che vengono dal sole (neutrini)! Gli scienziati ci dicono che tutto è
relazione, tutto è collegato, i saggi ci dicono: “tu sei Quello”. Allora cos’è
la relazione per voi ?
D.C.: Intrattengo una relazione intima e privilegiata con la mia amica “relazione”!
Essa mi insegna giorno e notte i segreti della sua umanità…(risa). Il processo
misterioso della relazione è la nuova sfida proposta alla specie umana. Malgrado
internet, siamo all’età della pietra della comunicazione, però la vita ci
obbliga a incontrarci e a vivere insieme.
L’arte della relazione si costruisce nella spontaneità di ogni istante: è essere
coscienti che ogni avvenimento che si presenta nella vita, qui e ora, è
un’opportunità di scoprire la soluzione dell’esistenza; è osservare per
conoscere e riconoscersi diventando lucido sulle leggi naturali della vita.
D: Allora come vivere insieme e come fare consciamente
la pace.
D.C.: Vivere in pace è uno stato naturale al quale ogni uomo aspira.
Non siamo fatti per vivere incubi relazionali: non saper amare o non essere
amati. La pace con gli altri e in sé passa per una relazione autentica senza l’obbligo
delle lagrime… Noi dobbiamo contattare l’intimità del nostro essere profondo per
sentire pienamente ciò che siamo veramente e fare la pace in noi. Pensare che
possiamo come individui cambiare la nostra relazione con l’altro senza chiarirci
interiormente è una dolce illusione, e rispettare l’altro, quando dentro di noi
c’è la tempesta, un’utopia romantica.
Questo non ci lascerà che un senso di colpa, d’egoismo e d’impotenza di non
poter far nulla nella realtà.!
La sola pace sulla quale possiamo avere un’influenza reale immediata è quella
che siamo capaci di generare all’interno della nostra mente.
La nostra responsabilità è d’essere “chiaroveggenti” su ciò che accade nel
nostro giardino interiore in relazione con il giardino dell’altro: l’arte della
relazione si coltiva, la pace relazionale non discende appesa a un paracadute:
viene da noi. La ragione per la quale qualifico quella relazione misteriosa, è
che la relazione non è una cosa innata, ma un principio d’apprendimento
dissimulato, da reinventare, che contiene il piacere della scoperta.
D:Passare dalla relazione istintiva alla comunicazione
cosciente ?
D.C.:Quando due persone si incontrano, che lo vogliano o no, si scambiano una
serie d’informazioni coscienti e inconsce che determinano il loro comportamento
e il loro giudizio. La risposta immediata a quella interazione è una abitudine
comportamentale istintiva: o vi sentite semplici, naturali, o vi svalutate per
rinuncia o seducete per compensazione. Siete relativi ma non reali! Allora
possiamo finirla con la manipolazione e non voler cambiare gli altri mantenendo
i nostri meccanismi di resistenza al cambiamento. Vogliamo aprirci alla
comunicazione cosciente?
D. Si ma come fare ?
D.C.; Fuggire su un isola deserta (risa)…o fare della relazione un’opportunità
di crescita reciproca dove l’altro sarà la soluzione di un nuovo apprendimento.
Prima, la parola relazione era sinonimo di “ho paura del legame, vorrei
condividere ma ho paura degli altri, mi sento separato dalle cose, sento la
perdita del legame ontologico, la mia vita non ha senso, devo cercare qualcuno
che mi dia amore, che mi rassicuri perché in me vivono il dono e l’abbandono, l’amore
e la lotta, la speranza e la rassegnazione, la gioia e la tristezza, il coraggio
e la vigliaccheria, la verità e la menzogna, etc..
Riassumendo: se non mi conosco, non posso comprendere il mondo.
D: Allora in tutti quegli interrogativi e quelle
incertezze avete trovato una guida ?
D.C.: La prima guida è la vita comune che si presenta nell’incontro
con il tutto, famiglia, amici, natura. Ho anche incontrato dei saggi che mi
hanno aiutato a ritrovare la mia vera natura. Prima di iniziare il processo del
risveglio, ero robusto! Progettavo il mio ego, le mie illusioni, le mie credenze,
le mie opinioni, le mie certezze, le mie paure senza saperlo…(risa). Ero
istintivo, non cosciente dei miei modelli automatici reattivi automatici. Ero
nel mio guscio e lo proteggevo… Proteggevo la mia immagine di me piuttosto che
la mia natura essenziale.
L’incontro con un saggio vero fa crescere, è sconvolgente per il riconoscimento
del vero. Il saggio è senza concessioni. Non riduce l’esigenza del vero a un
conforto… Conduce l’allievo verso l’autoreferenza.
Il saggio non è né selvaggio, né domestico, possiede la pedagogia dell’amore
come l’onniscienza! Tutto ciò che non è vero è bandito.
D: L’onniscienza della relazione è conoscere tutto ?
D.C.: Il saggio conosce le strategie dell’errore, le impasse dorate,
le sirene mentali. Non è vittima delle trascendenze illusorie e del confort dei
fantasmi mentali. Discriminando con la sua intuizione viva, diffida delle
spiegazioni delle scienze provvisorie, non è uno sciacallo che si pasce dei
resti dei concetti pensati dagli altri; è vivo, deciso, benevolo, sorprendente.
Lucido, suscita l’interrogazione creativa, veglia su “non so”, non è un
ignorante, conosce le differenti vie che portano in cima e quelle per
discenderne. Lui non ci rimane, lui è il movimento della via, non lo scopo.
Conosce le tappe ma non ci s’ingrassa, è onnisciente delle pratiche che
permettono il ritorno al vero, ma conosce anche le pratiche dell’errore, gli ha
consacrato molto tempo! (risa)
La comunicazione cosciente è un movimento tra due esseri desiderosi di creare un
ponte tra due rive. Essa è ciò che unisce gli individui come il silenzio lega le
parole.
D: Se, all’inizio, il nostro punto di vista non può che
essere relativo, allora come si comprende ?
D.C.: Comprendere l’altro rivela un’intenzione di legarsi perché l’istante
vissuto insieme sia unico e singolo, commozione della relazione dove non manca
niente.
Comprendere l’altro, creare il movimento dell’uno verso l’altro, come il gesto
di tendere la mano e dirsi “buongiorno” mi permette di verificare se l’ho
compreso. Comprendere l’altro è arricchirmi del suo punto di vista, essere
capace di dargli tutte le possibilità d’esistere nella sua differenza;
ingrandire il suo mondo interiore è un’intenzione di comunicare, un gesto da
fare in sé.
D: Allora la comunicazione cosciente passa per la
delicatezza del cuore, è un’intenzione volontaria a comprendersi reciprocamente
?
D.C.: Si, quando l’uomo è capace di contattare semplicemente la
corrente creatrice disponibile in ogni momento, tutto diventa semplice e
continuamente nuovo: si fonde naturalmente nel suo ambiente; la mente e il cuore
non si oppongono più, non si crea più entropia nella relazione con se stesso e
gli altri.
Comprendente il movimento del proprio pensiero, diventa lucido, calmo, semplice
e realista. Osserva e sa ascoltare come un bambino ricettivo e aperto.
Il passaggio della resurrezione
D.C.: Per vivere quella realtà universale della relazione cosciente, devo
conoscermi e riconoscere il passaggio tra “sono isolato” e “sono gloriosamente
solo”. In quel passaggio la maschera dell’isolamento, della rottura e
dell’esilio cade. Che l’autore giochi il ruolo di chi è isolato, limitato,
perso, senza amore, o il ruolo del narcisistico, dell’orgoglioso o del vanitoso,
tutte le maschere si fondono nella bellezza dell’Essere originale. E’ il
passaggio della resurrezione. Ritrovato il movimento dell’uno verso l’altro, il
punto di vista della relatività è lasciato a profitto d’una nuova energia,
quella di vivere il gioco dell’istante presente, gioco della parentela singola e
universale.
Comprendere questo ci dà la possibilità di non cadere nell’obiettività mentale:
“ha torto, ho ragione, sono vittima del parere degli altri”.
Riconoscere quella non-dualità mi fa capire che, se sono infelice o sconfortato,
l’altro non è mai la vera causa. L’altro mi segnala che esco dalla pace, non mi
fa la guerra…
D: Oggi siete psico-gerontologo, insegnate scienze
della comunicazione; come vivete la relazione con gli studenti che non conoscono
il vostro passato di ricercatore dell’essenziale !
D.C.: Comunicare con loro mi dà molta soddisfazione e pienezza.
Stabile in un silenzio interiore, mi sento pienamente allievo della mia amica
“Relazione” .
Con gli studenti e gli amici continuo a imparare l’unità con ogni persona. La
coscienza della percezione d’unicità dà un sentimento di condivisione pedagogica,
di fiducia e di stupore. Sentirsi vicino, simile, umano è un sentimento sottile
di gratitudine e di luminosità infinita.
Vivere il miracolo della vita è un’emozione di pura gioia dove tutto diviene
sacro.
Siamo tutti il movimento della relazione che “si impara” a essere relazione
cosciente… A ogni incontro, per un mistero inaudito, la soluzione arriva,
imprevista e sempre nuova. E’ come se la libertà si liberasse seminando un
sentimento di apertura trasmissibile. La persona si distende e diviene aperta a
un nuovo processo di trasformazione psicologica e spirituale: l’amore
incondizionato va a scovare il Vero e l’Autentico sotto le maschere della
personalità. La saggezza nascosta in ogni essere si dispiega in un processo
attivo di lasciar andare. Ci conduce vicino a un luogo che ci ha visto nascere e
ci vedrà morire: migrazione senza tempo, senza perché né come… Così il ponte
della relazione si dispiega, l’arco dell’alleanza si costruisce.
Quella forza creatrice trapassa tutte le sofferenze mentali, le dissolve.
Stabili in quel silenzio interiore, pienamente in unità, condividiamo un
sentimento indicibile di fiducia che ci arricchisce reciprocamente. E’ come se
la persona si dicesse “qualcuno mi ascolta, mi riconosce e mi ama, qualcuno
finalmente condivide ciò che sono”.
Allora diventa più aperta al processo di cambiamento. E’ stupefacente constatare
come le situazioni che sembravano irrimediabili si trasformino in correnti
fluide e chiare in chi è ascoltato. L’intelligenza viva e universale si mette in
opera. Sorta dal silenzio d’eternità quell’energia pura d’amore disegna e mette
musica nelle nostre parole.
Centrato nel silenzio immutabile, il movimento dell’uno all’altro si
interconnette veramente. La relazione cosciente ci conduce e ci unisce alla
semplicità gioiosa. In quello spazio relazionale si semina l’alleanza dell’uomo
liberato dalle sue illusioni, dalle sue paure e dai suoi fantasmi.
- Libero d’essere silenzioso ascoltando l’altro senza giudizio.
- Libero di dire sinceramente con delicatezza ma senza compromessi.
- Libero di dialogare in una dinamica relazionale nuova nella quale l’altro
diventa così la soluzione.
- Libero dai condizionamenti, dalle reazioni inconsce, dall’egocentrismo.
- Libero di riconoscere i nostri bisogni fondamentali.
- Libero di desiderare ciò che vuole la vita.
D: Avete l’impressione che le persone oggi accedano a
più coscienza ?
D.C.: Al di là delle apparenze e del messaggio immediato, la gloria
universale, misteriosa e nascosta si dispiega. Un’intima comunione si crea
sempre più nello scambio delle parole e delle idee: la diversità degli esseri si
fonda nell’unità. E’ uno star bene sentirsi a contatto con ciò che
universalmente è, sé e vero. Come l’appuntamento dei raggi del sole con le
vetrine delle cattedrali, c’e della luce, della bellezza e del sacro in ogni
incontro. Esso serve da rivelatore delle leggi dell’animo umano, offre l’opportunità
di accedere al dono nascosto, all’ordine impensabile del mistero che riunisce l’uomo,
la terra e l’universo in un tutto. “Per questa comprensione semplice e gioiosa
sono uscito dalla mia solitudine per diventare un Nuovo essere umano.”
Un’analogia religiosa.
D.C.: Solo Dio parla all’inizio (risa).
Non c’è un canto d’uccello che non sia Lui… Lui è il creatore di tutti i suoni e
di tutti gli esseri. Quando due umani parlano, è Dio che dialoga… Se gli uomini
lo dimenticano la sua parola unica diventa due parole, due me, due corpi. La
separazione è confermata, la relazione duale diventa una vera menzogna…, il bene
e il male, la verità e il falso, ecc. Da quell’istante gli uomini parlano di
separazione come d’una evidenza astratta logica e mentale. In realtà spiegano e
premeditano la separazione con il divino. In realtà restano all’interno della
menzogna per un “pensiero-sirena”: “So che ciò che penso è vero, sono un
ricercatore perduto!”
Quella presunzione di colpa dovrà passare dal setaccio della gioiosa modestia…
sono immacolato e la mia presenza stupefatta è prima del bene e del male. Sono
il verbo creatore prima della torre di Babele, prima delle lingue umane. Sono
umilmente Dio prima di diventare due… Sono onnipresente, qui, lucido e
meravigliato del legame con “sono tutto, sono quello, infinito, continuamente…”
Fa’ come l’uccello.
D.C.: Per riassumere la pedagogia relazionale del viaggio da qui a qui,
prendiamo l’analogia dell’uccello!
All’inizio della vita terrena sono un uccello chiuso nel mio guscio, non so di
essere un uccello e che c’è un fuori! Vivo totalmente nel mio mondo interiore
dipendendo dai processi ereditari e automatici della trasmissione della specie.
In seguito percepisco il mio guscio, ne esco e imparo a vivere la mia vita
seguendo il modello culturale e familiare. Mi rendo conto di essere in una
gabbia! E’ la via psicologica.
L’uccello trova la porta della gabbia, è già aperta! Vola nei dintorni ma
ritorna al nido! (abitudine al conosciuto e a essere prigioniero). Inizio della
ricerca spirituale.
L’uccello diventa il volo
non è più identificato a un oggetto o a una cosa; è l’intelligenza della via
spirituale, diventa il processo vivente, il gesto di Dio, la relazione tra Dio e
la sua creatura…
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L'AMORE ASSOLUTO... E SE NOI AMASSIMO PER DAVVERO...
(Revue 3eme Millénaire n°85 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini)
Il ricordo di essere liberi e di essere amati è inscritto nel più profondo della
nostra vita; per questo cerchiamo tutti la chiave della libertà la cui
espressione è il sentimento d’amare. Sappiamo tutti al di là di ogni dubbio che
questa verità esiste veramente.
Vi ricordate dello slancio vitale che procura il sentimento amoroso la prima
volta, quello che vi dà la voglia di condividere con l’altro, di sorridere alla
vita, di dire grazie al presente e di trovare tutto bello? Quella sensazione di
essere innamorati è la manifestazione terrena, emozionale, intellettuale,
psicologica e comportamentale dell’Amore assoluto. Noi ne siamo tutti figli e
figlie.
Domanda: Si, ma come ritrovarlo quel sentimento di
essere amati in questa paranoia generalizzata di un mondo che si cerca? Come
amare e sentirsi liberi concretamente nel nostro quotidiano? Per questo non ci
vorrebbe un miracolo che elevi la coscienza collettiva ?
D.C. Il vero miracolo è prendere coscienza di tutto ciò che ci è già
dato, già lì, invece di lamentarci o di sperare un futuro migliore. Cosa vi
manca in questo istante, voi siete vivi!
Saper dire grazie e sentirci amati per la vita tutta intera vivifica l’esperienza
di unicità con la propria sorgente. Accedere a quella unione più vera, più
profonda con la realtà intima delle cose e degli avvenimenti cancella la
sensazione di essere separati dall’amore universale. L’esperienza della realtà
intima, quella di essere una corrente d’amore universale non è il pensiero
mentale del ricercatore perduto. E’ un passaggio di coscienza, una carta
geografica universale ritrovata come un GPS universale.
E se l’amore terreno, quello che ci fa tutti correre su questa terra, fosse lo
specchio, il prolungamento, il frutto dell’amore universale. Non si dice
“trovare l’anima gemella”.
E se in ogni sguardo che incrocio si ripetesse la scintilla dell’illuminazione
di un Vedere risvegliato, di un vedere assoluto, dove la mia coscienza fosse
amante e spettatrice dello spettacolo della creazione!
E se, in ogni ascolto, fossi unito al primo suono, a “io sono tutto quello”, la
mia origine istantanea!…
E se in ogni parola e pensiero fossi legato all’origine del verbo amare, amare e
essere amato coniugandosi nello stesso tempo qui e eternamente!…
E se insomma fossi sposato con il verbo amare?
E se in ogni respiro fossi tanto presente al movimento dell’immobilità, che il
respiro dell’immensità si respirasse nel mio corpo!…
E se la libertà potesse amare i suoi limiti senza sentirsi prigioniera!
E se fossi il movimento d’amore del presente immediato, là dove veglia la
coscienza d’amare, amando e ringraziando infinitamente.
D: Volete dire che quella corrente d’amore universale
ci guida ad ogni passo di qui e in ogni avvenimento come un GPS ?
D.C. Si. GPS vuol dire gran presente spirituale (risa). Si, è un
gioco dove nessuno può perdere tranne che in sogno! Quando ci si risveglia
dall’incubo del ricercatore smarrito è una bella risata che rivela la verità
smascherando l’illusione. Quel momento di poesia spirituale rende la vita
amante, miracolosa; esso ci aiuta, ci riscalda e ci apre la mente alla magia
della realtà immediata come essa è.
D: Voi nel vostro quotidiano siete sempre dello stesso
umore ?
D.C. Il mio quotidiano è come il vostro…con alti e bassi!… Però la
differenza tra il cercatore perso che ero e adesso è che so utilizzare il
bottone della fiamma che illumina l’istante presente. Vivo gli avvenimenti del
quotidiano senza il timore di perdere la mia unicità con tutte le cose. Vedo che
il tutto si inscrive in ogni parte pur ricreando il tutto, portando così
testimonianza di ciò che siamo in realtà, unificati e in pace. Così ogni essere
umano, ogni albero, ogni uccello, lago o montagna diventa un tempio, un luogo
dove è bello ringraziare perché ogni presenza è un miracolo dell’amore della
Vita…
D: Ma non vedo che disordine e sofferenza, non sento il
desiderio di dire grazie; non mi sento amato e gli altri e la vita mi fanno
paura !
D.C. E’ nel cuore stesso della coscienza di ciascuno che sono
disponibili la libertà e l’amore che cerchiamo disperatamente all’esterno di noi.
Arrivare alla radice di essere gloriosamente soli, cioè “io sono ciascuno e
tutti”, svela l’amore universale che è senza attesa inconscia né dipendenza. E’
uscire dal triangolo relazionale salvatore-vittima-persecutore nel quale l’ego
ama usare il meccanismo della paura della solitudine. Questo richiede una grande
vulnerabilità, sincerità e un innato senso della relazione col presente.
Ora, sul piano relazionale della vita di coppia, vivere in armonia è possibile
se si accetta di entrare in quel processo di apprendimento che contiene non solo
la conoscenza e l’applicazione di regole, ma anche l’accettazione degli errori
senza giudicarsi, il dimenticare i condizionamenti e il reimparare la
comunicazione.
La relazione si costruisce nella spontaneità di ogni momento. Scegliere l’opportunità
del quotidiano per ritrovare la pace nella coppia è un lavoro che occorre fare
pazientemente in due. Apprendere a parlare giusto, a esprimersi sia in quantità
che in qualità più vicino alle proprie emozioni è un continuo imparare. Il solo
modo per una comunicazione giusta è la delicatezza del cuore, vera compassione
in atto. E’ una intenzione volontaria a comprendersi a vicenda, ad abbandonare
il peso delle parole che ci imprigionano in un ruolo da cui non sappiamo come
uscire. Cessare di difendere le proprie idee e i pregiudizi, sospendere il
giudizio, è arrivare a una lucidità e a una giusta discriminazione; la coscienza
di sé è allora così intima che illumina il caos o il disordine apparente. Essa
si rivela con una percezione sottile e perspicace, in un vero lasciar andare che
dinamizza la verità dell’istante.
D: Che cos’è la conoscenza dell’istante presente ?
D.C. La conoscenza del presente è il rapporto che il soggetto ha con il reale.
E’ un rapporto totale d’adesione al presente, il solo tempo reale vissuto dalla
nostra coscienza… Sta a noi armonizzarci con questa intelligenza universale che
si inscrive in ogni istante. Questa intelligenza creatrice è nascita, fiducia,
abbondanza, generosità; essa ama la vita in tutte le sue forme perché ogni cosa
è creata attraverso di lei. Tutto è interconnesso in armonia con il tutto.
D: Questo vuol dire che il soggetto, che si lega
totalmente, coscientemente, a ogni oggetto e ad ogni situazione, si decondiziona
?
D.C. Si, i vecchi vestiti si disgregano, le abitudini lasciano spazio
alla meraviglia e alla novità. Il soggetto improvvisa e se ne meraviglia.
Armonizzarsi con questa conoscenza del presente ci mostra il cammino, conduce
alla verità e offre una gioia intima illimitata a chi la pratica. E’ un’energia
disponibile dappertutto che sviluppa l’incantesimo delle facoltà della
creatività, permettendoci così di partecipare, lucidi e semplici, al presente
miracoloso dell’esistenza.
La nostra vita viene dalla vacuità creatrice che modella il mondo come uno
scultore invisibile che fa tutte le cose che appaiono.
Noi siamo delle nubi di atomi che diventano un corpo per il principio della
metamorfosi.
Noi siamo il movimento dell’universo che si personalizza nelle nostre vite, il
miracolo dell’invisibile che diventa umano.
Noi siamo il segreto che unisce tutte le cose diventando visibili!
Noi siamo la manifestazione creata dall’espressione dell’universo, siamo i suoi
frutti, perché qui il tempo non passa; esso si fa eterno in appuntamenti intimi
e, cosa strana, qui ogni idea di sofferenza è scomparsa.
D: Come fare la differenza tra il movimento della
chiave che libera e le mie impressioni mentali di essere prigioniero ?
D.C. Regolate i vostri pensieri diventando il maestro della vostra presenza…
Sono i pensieri mentali che generano e conducono le vostre emozioni e i vostri
umori. Il vostro sentire non dipende dagli avvenimenti ma dal modo di
interpretarli! I pensieri che generano stress si creano su una percezione falsa
della realtà immediata. Questa si colora delle impressioni del passato e l’avvenimento
non è più visto così com’è. Il giudizio errato vi dà una visione deformata dei
fatti, i vostri pensieri diventano sempre più irrazionali e nutrono lo stress.
Ritornate al presente, vedete che il vostro cattivo umore interpreta la realtà
del momento: non aggiungete altro, prendete le distanze…
Praticamente proviamo a portare la nostra attenzione su ciò che la vita ci
presenta piuttosto che su ciò che vorremmo che fosse. Ciò che è, è; ciò che non
è, non è.
Ritorniamo al corpo. Esso ci aiuta perché è sempre nel momento. La potenza del
mistero lo sintonizza con l’energia universale. Fondandosi sul sentire cosciente
di ciascuno, quella energia gli procura salute, vigore, visione chiara,
intuizione e libera circolazione del respiro. Questa conoscenza del presente è
un lasciar andare i deliri del pensiero mentale.
L’accento è da mettere sul sentire del soggetto in relazione agli avvenimenti.
E’ un accompagnare attento e pertinente di situazioni e scambi affettivi,
relazionali e spirituali, come anche del potere dinamico della libera
circolazione delle energie del respiro che dà la vita, il movimento e la
metamorfosi.
La coscienza del presente, senza cedere alle sirene della distrazione mentale o
della noia, conferisce una semplicità e una gioia insospettata a chi la pratica.
Questa meditazione del presente senza oggetto dà l’unicità al soggetto che si
meraviglia di esistere senza un’aggiunta dall’esterno.
Egli ha un rapporto intimo col suo creatore. Non coltiva né il potere né i
miracoli all’esterno, ma sente l’unicità dell’universo nel suo corpo, vi si
riassorbe. L’accento è messo sulle qualità di tranquillità, d’equanimità; egli
resta aperto e dinamico, egli è vissuto perché è la forza spirituale che opera
in lui, lui non si appropria più dei suoi atti. Il suo spirito è liberato, i
suoi sensi appagati, è libero di non inquietarsi e di non sapere niente. Non è
uno sciocco o un sempliciotto, ma un “meravigliato” totalmente riconciliato con
se stesso e con gli altri. Egli è rinascente e favorisce così la trasformazione
a livello delle cose o delle situazioni che gli sono presentate. E’ spettatore
delle forze della vita e del miracolo d’esistere.
Riassumendo: la libertà è l’azione di trovare la chiave di uscita dalla gabbia
mentale per scoprire il di fuori; il Grande Amore è accorgersi che si è sempre
stati al di fuori, che le gabbie sono illusorie e che chi si sente prigioniero è
sempre stato libero…E se noi amassimo per davvero…
“Io vedo il mondo a cuore aperto in un’intuizione globale. Il mio sguardo non è
usato per il passato, la gioia colora tutto ciò che osservo. Vivo libero da ogni
sapere mentale, scopro, esploro e giro la chiave dell'amore in un movimento che
apre tutte le cose insieme. Qui il mio cuore e il mio pensiero dicono grazie!
Dalla mia anima aperta all’infinito e che ritorna qui, la mia coscienza si
dilata e si contrae di continuo come in un rapporto amoroso… E’ un’estasi, un
orgasmo, uno stupore, un’intuizione, un risorgere… NO! Vedo il movimento della
chiave che apre da sempre, qui, in ogni istante, il cuore dell’Amore dove ogni
cosa dice “ti amo” ad ogni cosa… Lagrime mi accarezzano le gote, il primo
pensiero si fa visibile… Si, sono il testimone, la celebrazione, l’assemblea, il
prete e gli sposi. Sono il principio del Grande Amore!”
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NASCERE E "NON-NASCERE"... SENZA MORIRE
(Revue 3eme Millénaire n°83 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini
In una notte molto strana, “sognavo…” che ero una particella piccolissima
nell’universo siderale, volevo “nascere”. Urlavo in un silenzio glaciale:
“voglio vivere”, ma il tempo scorreva inesorabilmente. Avevo l’impressione che i
secoli passassero ed ero sempre nella mia supplica: “Voglio esistere!”. Poi in
un batter d’occhio, vidi miliardi e miliardi di manifestazioni della varietà
della vita. Vidi il mistero della trasformazione e lo straordinario amore
nascosto nei cambiamenti di forma disseminati nello spazio- tempo. Presi allora
la misura inaudita del miracolo d'esistere, di ciò che vuol dire essere,
apparire nel mondo, nascere sotto forma di un essere vivente. Stavo per “non-
nascere”…
Quando mi sono “svegliato”, l’indomani, conservavo nel cuore il ricordo santo
della mia origine istantanea, poesia delle cose dell’inizio, che si moltiplica
miliardi di volte con lo stesso slancio, come se fosse la prima volta…
La straordinaria avventura della nascita poteva prendere vita e rinascere senza
morire…
Quella odissea del miracolo della nascita è da riscoprire ogni mattina nel mondo
detto “reale”, risvegliandosi alla resurrezione di ogni nuova giornata.
In quel semplice risveglio mattutino è contenuto il segreto del passaggio dalla
nascita dell’umano e del mondo. Tutta la bellezza dell’avventura umana è
ritrovare quel potenziale, risvegliarsi a quel passaggio, quello della nostra
origine istantanea. Si rinnova in ogni avvenimento quotidiano perché ogni luogo
contiene la propria nascita. Tutti i sensi, tutte le emozioni, tutti i pensieri
e le azioni nel risveglio partecipano a questa straordinaria festa della vita:
imparare a non- nascere infinitamente senza morire…
Interlocutore: Perché usate il termine “non- nascere” ?
D.C.: Ho notato che in molti amici ricercatori, la parola rinascere o rinascita
induceva la paura di perdere la propria identità, la paura di perdere le proprie
caratteristiche psicologiche. Anche se questo modo di pensare all’evoluzione
spirituale è sbagliato, non drammatizziamo! L’evoluzione si compie in una
successione di risa più che di pianti. “Nel mondo di prima”, le paure causavano
inquietudine e angoscia mentre le paure trasformate procurano potenza. E’ per
questo che parlo di non- nascere senza morire. Quella precisazione toglie le
proiezioni o le credenze che oscurano e appesantiscono il cammino.
Quando i veli dell’ignoranza scompaiono, il reale si rivela in tutta la sua
chiarezza; quando il ricercatore smarrito diventa l’esploratore felice, la sua
coscienza applicata al quotidiano gli dà lo slancio della saggezza e la
contentezza di interrogare la verità.
La visione della realtà l’obbliga alla sincerità, alla lucidità e alla
discriminazione perché scopre il filo del suo labirinto interiore.
Il suo slancio naturale è determinato ma senza volontarismo. Fa di più che
provare la gioia; la pratica.
L’esercizio delle sue azioni, pensieri, parole gli conferisce una delicatezza
umana molto più fine del ruolo non cosciente del “salvatore, vittima o
persecutore”.
Una nuova pedagogia dell’amore si calerà nella sua persona, il suo fare e la sua
gaiezza non saranno più legati ai portafortuna, ma all’esperienza del soggetto
che si emoziona per la sua presenza nel cuore di chi vive. Il corpo se ne
troverà slegato, sciolto e l’energia creatrice che mette in opera gli darà la
forza delle sue azioni. E’ la fine dell’identificazione al ruolo del “essere
perituro”, a profitto di una coscienza costante, immortale e illimitata.
Interlocutore: Ma sembra che per la maggioranza di noi
la parola “nascere” significhi: essere identificato con un corpo, con pensieri.
“So che esisto, sono nato…dunque dovrò morire…” Cosa ne pensate?
D.C. Si, l’immagine che ho di me identificata con quel ragionamento mi costringe
a vivere in una gabbia mentale “sintonizzata su radio sofferenza”. I pensieri e
le azioni che ne derivano saranno fondate su questa sofferenza primitiva.
Interlocutore: Come non pensare alla morte dei propri
cari ?
D.C. Ecco una storia:
Un vecchio che sta morendo è vegliato dagli amici in lagrime.
Apre gli occhi e scoppia a ridere.
Gli amici esclamano: “Perché ridi mentre noi piangiamo?”
“Rido perché è la paura della vostra morte che vi fa piangere”
E muore ridendo.
Senza drammatizzare, ma senza concessioni, guardiamo quel che succede quando
compensate o negate l’immagine della paura della vostra morte…(risa): i giorni
passano come una nostalgia o una mancanza! Il mondo è conosciuto e non offre più
sorprese, è una sfilza di sepolture coi suoi pianti, le sue fatalità, le sue
spiegazioni, i suoi commenti che accompagnano la morte della vita! Questo vi
dice qualcosa?(risa).
Interlocutore: Se sono sincero con le mie inquietudini,
si .
D.C. E’ buon segno…, perché siete consapevole dell’immagine che vi chiude in un
ruolo di “vegliardo” che ha banalizzato tutto, invece di vedere “ciò che è altro
e differente”.
Se aveste coscienza di quel ruolo, potreste prendere distanza da
quell’automatismo “me” e ridare vita a quel bambino stupito, gioioso, creativo,
che ha l’avventura negli occhi e il cuore nella scoperta della sua metamorfosi.
Abbellire la propria vita si, cambiarla no, Sperimentarla si, pensarla no.
Interlocutore: Dobbiamo dunque morire all’immagine del
falso me e del falso mondo?
D.C. Si, e ciò significa non – nascere al mondo “conosciuto” e all’immagine
“conosciuta” che ho di me per non rinchiudermi in una gabbia memoria.
Ecco uno dei primi segreti per non restare prigionieri di quella gabbia
“immagine–me”, che trasforma la diversità infinita in una “flatulenza cerebrale”
(risa)
Come vi sentite?
(lungo silenzio) Sento quello che dite più che comprenderlo, ma mi sento
semplificato! Stranamente aperto al silenzio e ai rumori che ci circondano…
D.C. Sentite la differenza tra radio–presenza e radio–sofferenza?
Come una progressiva ritirata delle idee e dei pensieri a beneficio della
contemplazione di quello che è immediato, non è vero?… Come una realtà più
silenziosa, primordiale e affettuosa della nostra esistenza, prima di
sintonizzarsi per abitudine sulla frequenza di radio –sofferenza.
Interlocutore: Si, come un passaggio tra l’esteriorità
e l’interiorità, tra essere al riparo o essere fuori, esposti alle intemperie.
D.C. Quel passaggio è la scoperta della gioia di essere liberi, liberi di
passare da una riva all’altra, in un rapporto con il reale quotidiano come si
presenta. Il risveglio a questo passaggio dinamico tra il tempo–orologio e l’
“atemporale–ora”, dà la perfezione di cui l’umano è capace.
Il passaggio tra essere vittima dei tormenti del mondo e la potenza silenziosa
universale, è un ponte tra la finitezza del mondo e il suo sorgere. Questo va e
vieni ininterrotto è un movimento permanente che riporta l’universo ad ogni cosa.
“Ogni uno” di noi vi è invitato immediatamente. Senza prendere appuntamento!
L’essenza dell’opera umana è ritrovare questa verità. La grazia che ne segue
cambia il soggetto umano in figlio glorioso della saggezza e da qui risa,
modestia e libertà si impareranno e si personalizzeranno nel proprio quotidiano…
Interlocutore: Toh, si direbbe che non ho più idee, non
penso più !
D.C. Le idee vengono dal pensiero mentre le intuizioni primordiali sorgono
dall’esperienza immediata. Le idee si danno così tanta importanza che attirano
l’attenzione di chi parla, favoriscono l’atteggiamento irrazionale e aprono la
porta a tutti i deliri.
Sentite ciò che significa per voi non-nascere delle idee del pensiero “morte”
senza morire?
(silenzio)
Interlocutore: Mi sento presente, nuovo…, per niente
stanco, con una forza di vivere…
tutto è nuovo! Si direbbe che sto per nascere !!!
D.C.: La vera presenza è il frutto della cancellazione rinnovata… Nessun destino,
nessuna fatalità, nessun modello esplicativo, nessun a priori, nessun giudizio.
Avete una domanda?
(Silenzio) No. Sono senza domande! Vivente senza domande!
D.C. Voi siete la risposta, no? Voi siete la risposta nuova! Come una nuova vita,
una interrogazione vissuta sempre rinnovata senza perché o come!
Interlocutore: Ho l’impressione di aver attraversato il
muro del suono mentale… il Big bang del mistero…
D.C. Voi siete il mistero, senza le abituali forze opposte: la domanda che
aspetta la risposta. Eccovi diventato il mistero in seno al quale la domanda
diventa la risposta. Una domanda si vive in sé, essa non chiede come un
mendicante, si anima in se stessa, non è una mancanza. Qui non è più un
interrogatorio, non si ordina in argomenti logici, è rivelatrice, innegabile,
creatrice, cristallina, illuminante, gioiosa ed eclatante nella sua essenza
assoluta.
Interlocutore: Ora che il tempo falso e il falso
soggetto non esistono più, vorrei tornare nella storia della vostra infanzia.
Quando avete avuto l’impressione di “non–nascere” per la prima volta ?
D.C. Ora… in questo “qui”… intimo tra noi due, lì dove si cambiano i nostri
silenzi in parole… (risa).
Da bambino ero felice di giocare a “si direbbe che sono David”. Ero come tutti,
avevo degli amici, ma ero di più di questo. Vivevo giorno e notte in una dolce
presenza intima, meravigliosamente misteriosa e protettiva. Gli avvenimenti di
superficie (famiglia emigrata, povertà e difficoltà parentali) avevano poca
presa sul mio ancoraggio interiore.
Le notti e i giorni erano i miei territori di gioco e la voglia di giocare e
rigiocare all’interno della mia mente si è fortificato come uno slancio naturale.
Ho attraversato i primi anni della mia adolescenza in quella qualità interiore
perché sapevo “rientrare dentro di me”.
Poi alla fine dell’adolescenza, certe qualità di presenza sono un po’ svanite…
Mi sono identificato con David adattato dalla famiglia e dalla società. Poco a
poco ho perso quel contatto intimo.
Il cattivo umore, le reazioni e il corteo di sofferenze hanno fatto la loro
comparsa nella mia mente. Ero diventato ribelle, proteggevo il mio ego senza
saperlo! Poi, verso i 25 anni, ci fu una chiamata, una notte, ho rivisto chi ero,
non era un sogno, non era un sogno… assistevo allo spettacolo della mia unità
ritrovata. Dopo essere nato identificato “con l’immagine me, vita, morte”, io
stavo per non–nascere senza morire illuminando il mondo della interiorità. Là
cominciava uno straordinario cammino verso il risveglio…
Scoprire lo spazio del mondo interiore della mente umana dà la chiave “io sono
quello”, il passaggio tra il dentro e il fuori, l’alto e il basso, destra e
sinistra, il prima e il dopo.
Interlocutore: “La linfa è all’interno del grano, delle
radici, del tronco, dei rami, dei fiori, del profumo. Non è questa vita che
spinge l’esteriorità coesistendo infinitamente con essa stessa!” (citazione da
3ème Millénaire n.78 L’autoconoscenza unifica).
Potete descrivere più precisamente i passaggi che danno accesso a quella
presenza rinascente ?
D.C. Ecco alcune piste pedagogiche per Imparare ad imparare a non–nascere senza
usare concetti di gerarchia, senza negare lo straordinario insegnamento che ne
deriva!
Scoprire il passaggio tra:
il mentale e la distrazione dà l’onnipresenza;
il senso e la realtà dà il nettare della vita;
il passato e il futuro dà la potenza dell’istante presente;
le paure e la vittima dà il coraggio intrepido dell’azione;
la collera e la pace dà la gioia duratura;
l’indifferenza e la reazione dà l’innocenza dell’amore;
l’amore e l’odio dà la non –dualità;
il giudizio e il senso di colpa dà l’autonomia spirituale;
un uomo e una donna dà il divino incarnato;
io so e non so dà l’onniscienza;
Nascere e morire dà l’immortalità;
la malattia e l’essere in buona salute dà la guarigione;
la sofferenza e il dolore dà la quiete;
i lamenti e il nichilismo dà il ridere;
le cause e gli effetti dà l’invincibilità;
le forme e le non forme dà la vacuità;
il silenzio e la parola dà la saggezza;
le cose e la loro origine dà l’intelligenza pura;
due pensieri dà la sorgente del pensiero;
il giorno e i sogni dà la libertà creatrice;
il sogno profondo e il giorno dà il miracolo d’esistere;
la pagina bianca e la scrittura dà la saggezza;
la verità e l’errore danno la giustizia;
i sogni e il sonno profondo dà il risveglio.
Nascita dell’istante…
Io sono scintilla di diamante,
una polvere di vita,
un intervallo d’istante,
rinascente, io sono.
Questo passaggio non è esoterico, è
In ogni sguardo,
in ogni ascolto,
in ogni parola,
in ogni emozione,
in ogni incontro.
E’ un atto d’intelligenza pura,
è un’energia pura,
è una comprensione senza la ragione,
è un’evidenza semplice e gioiosa,
danzante, divertita, divertente.
Ciò che scoprite
Non è un oggetto
Non è uno stato
Non è uno stato
Non è una sicurezza, ma
UNA FRAGILITA’ ONDEGGIANTE
In quel cuore così intimo ma dilatato all’infinito
Io sono quella scintilla a cielo aperto
Nel cuore del quale prende nascita
La fragilità d’essere,
La fragilità di manifestarsi,
La fragilità di dimenticarsi,
La fragilità della prima volta
Quella fragilità non è difensiva,
non sa ancora pensare agli attacchi e alle difese,
è un passaggio a cuore aperto.
Il principio di rinnovamento
Di questo intervallo di grazia
Tra la nostra anima individuale e l’anima del mondo,
è un passaggio che non si imprime
che una sola volta…
Ritrovare il passaggio,
Il legame,
L’intervallo,
Lo spazio,
è il tempo benedetto del passaggio, il luogo dove la potenza dell’eternità
sgorga d’istante in istante. Qui si rinnova la matrice delle cose e dei pensieri
da dove si propagano le idee.
Non è un passaggio mistico, ma un luogo
Di verità e di concretezza.
Quando lo scoprite,
Fate un incontro straordinario.
Scoprite il segreto dei segreti
Entrate nell’Ordine dei Misteri.
Il Gesto.
Quando scoprite la chiave e la serratura,
Non scoprite uno stato di coscienza,
Scoprite un gesto da fare e rifare.
Quel gesto è sempre da rifare
nello spirito della prima volta
Migliaia di volte
Milioni di volte
Miliardi di volte
E’ un gesto
divertito,
ludico,
gioioso,
semplice,
gaio,
che confida.
La buona novella.
E’ che questo si realizza sempre,
Non potete lasciarlo,
Non potete lasciarvi,
E’ un appuntamento che non potete mancare.
Vi è rappresentato
Ridonato,
Vi è offerto
E Offerto di nuovo.
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