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La felicità, un regalo già donato

Liberate la libertà

Il senso della preghiera e della meditazione

Io sono, tu sei , noi siamo…in relazione con il tutto e tutti gli altri

L’Amore assoluto… E se noi amassimo per davvero…

Nascere è “non- nascere”…senza morire

LA FELICITA, UN REGALO GIA DONATO...

(Revue 3eme Millénaire n° 75 - Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini )

Il concetto di felicità è il più usato del pianeta. Basta guardare tutte le pubblicità che vantano i meriti di un domani migliore…
E’ nelle cose che si possiedono, nei viaggi che si fanno, nella riuscita sociale, nel partner ideale, nelle trascendenze illusorie o più semplicemente in ciò che è qui, dove tutto è al suo posto e non manca niente?

D: David, secondo voi, cos’è la felicità ?
R: L’esperienza della felicità non è né un “altrove” né un oggetto materiale, né una risposta definitiva…, è piuttosto un meravigliarsi d’essere la Vita senza spiegazione, proprio l’incantesimo di essere qui, tutto in sé…, morendo e rinascendo, continuamente presenti nel vissuto degli avvenimenti. Immediatamente, è anche non annoiarsi in questo istante terrestre che mai si ripresenterà… perché la vita non si ripete, si rinnova in noi…

D: Ma è difficile trovare la felicità nel quotidiano. C’è sempre qualcosa che non va e poi il mondo non va affatto bene, ci sono le guerre, l’odio, la fame, allora come trovare la felicità in tutto questo caos ?
R: Capisco che è difficile, perché per voi il mondo è già conosciuto. E‘ vecchio e non offre più sorprese! (risa). Dov’è finito quel bambino meravigliato, gioioso, creativo, l’avventura negli occhi? E’ diventato un vecchio che ha banalizzato tutto, invece di vedere “ciò che è altro e diverso”. A causa della legge del dèjà-vu, del già conosciuto, l’immagine-me trasforma la diversità infinita in una “cacatura cerebrale” o in una statua di pietra pietrificata. Il principio vivente è così crocifisso e il bruco non ha più nessuna possibilità di trasformarsi in farfalla.
E’ una sconcertante abitudine cerebrale che noi abbiamo quella di rinchiuderci nei sarcofagi del nostro passato per immaginarci che possano tornare gli stessi problemi. Questo porta: “il mio futuro è un problema, niente cambierà e il mondo è una fatalità”. E’ il prezzo di un lassismo intellettuale, di una noia di vivere, creata da un pensiero degenerato, che distrugge il mondo poetico della nostra infanzia, riportando “il nuovo al medesimo, il futuro al passato, lo sconosciuto al conosciuto, il mutevole all’immobile”. Finito il fluttuante movimento del reale, dove le cose sono senza sosta, “altre”. Allora, per rispondere alla vostra domanda, come trovare la felicità nel caos? Se ci si centra su se stessi, si dimenticano i ragionamenti, per rendere coscienti le emozioni. Vivendo le nostre emozioni pienamente, siamo nel cuore delle nostre sensazioni. Trascendendo le nostre sensazioni, scopriamo l’essenza di noi stessi. Lì non manca niente. Tutto è calmo. Un senso di unità con ogni cosa ci riempie totalmente. Ecco una pista per ritrovare la sensazione di felicità in sé.

D: Sembra che diciate che si può avere una autentica esperienza dell’ “altro” e che, qualsiasi siano le circostanze dello stato attuale del mondo, la rappresentazione dell’ “altro” può essere integrata nella visione d’infanzia che ingloberebbe l’armonia del tutto ?
R: Nei ricordi calmi e inalterabili dell’infanzia, che non ha conservato la sensazione semplice e familiare di vivere in un “corpo-Mondo” dove il tempo, lo spazio e la nostra presenza si esprimeva in intime confidenze: “la leggenda di io sono quello”? Il mondo era una successione di scoperte, di appuntamenti immediati, perché il segreto e il mistero erano a cielo aperto sotto l’inscindibile bellezza del tutto… “Sono come sulle ali di una farfalla… svolazzando da un posto all’altro… la mia esistenza è leggera, nessuna parola è in grado di dire ciò che trabocca e si esprime all’infinito. Come una risacca vado e vengo da un viaggio-oceano.
Qui non provo alcuna minaccia, alcuna confusione…
Qui sono in questo… in quello… l’aria… il mare… la terra… le rose… gli iris… l’erba.. amici o nemici.
Sono l’oceano che penetra nella pioggia. Inspiro il mondo nuovo e muoio all’antico. Come la sfinge, rinasco infinitamente alla mia appartenenza, e a questa geniale bellezza. Si, emergo e vivo da sempre qui, immobile spettatore della continuità del mondo… perché il tempo e lo spazio non esistono ancora, e le parole non sono ancora nate per separare le cose… Tutto m’appariva sconfinato e cucito insieme nel “corpo della mia coscienza”.
Qui, sono caduto in me e provo il miracolo d’esistere… sono il mondo neonato. Sono tutto questo e i miei nomi sono: l’albero, la libertà, l’amore, le gioie, le pene, gli altri, il quarzo, il risveglio, il torrente di montagna e la gioia senza fine… perché amo ciò che non conosco ancora in questa umile e modesta presenza terrena.

D: Ma perché non sappiamo conservare questo presente terreno !
R: Perché non viviamo la nostra vita, qui e ora, noi la pensiamo. Così la realtà ci sembra difficile e cerchiamo la felicità altrove, più tardi. “Quando sarò, quando avrò” cioè in un concetto, una proiezione, un’idea di felicità. Siccome il “ mio” mondo è noioso e senza valore, reclamo qualcos’altro. Lascio allora il dono nascosto che la vita mi offre in questo momento, per ubriacarmi di futuri cambiamenti immaginari. Compensano la mia noia viaggi esotici o oggetti-portafortuna. Sotto la copertura di conoscenze spirituali, di “illusioni trascendenti” come la salute perfetta, la vita senza emozioni, lo stato di vuoto senza pensieri, un paradiso senza “altri” (che mi criticano o mi disapprovano),che mi rubano il mondo immediato e il regalo già donato (risa).
Infatti, il soggetto si proietta in una felicità futura perché gli manca qualcosa. Ora, lui non è separato che da un’immagine di se stesso. Questa idea di dissociazione tra “essere la coscienza diretta sul teatro della vita” e “pensare di essere assenti dal teatro” crea la dualità, la mancanza, la separazione.
Su questa base concettuale errata della lettura della realtà, l’idea pura dell’infanzia resta in attesa, si dimentica, non scompare ma sonnecchia. Il soggetto agisce nel quotidiano, ma si annoia dall’inizio… Allora ha tragicamente l’impressione di bisogno e di mancanza di essere.

D: Come fare per risvegliarsi da questo nottambulismo ?
R: La natura del pensiero è felice prima del risultato da ottenete: “devo essere felice…”.L’importante sul cammino da qui a qui è portare l’attenzione sul percorso, non sulla linea d’arrivo, il traguardo. L’intenzione di scegliere di Essere non è un atto passivo, ma un’intenzione di esprimersi. L’intenzionalità mostra quella particolarità innata che ha la coscienza di essere cosciente di qualche cosa e di dirigere l’intenzione intelligibile verso ciò che “veglia prima di pensare”. Questa intenzione attiva e amorevole risveglia il legame tra l’oggetto di osservazione e il soggetto puro. Diventando l’osservazione sempre più purificata, sempre più staccata da ogni previsione e anticipatazione, diventa allora un atto di auto-osservazione assoluto come una continuità d’Essere, senza perdersi o lasciarsi, una presenza a se stessi, appuntamento eternamente rinnovato.
La coscienza non è né uno stato, né un oggetto o un contenitore, ma un processo dinamico. La coscienza è un’intenzione ludica e felice di esserci, manifestandosi sempre più nella realtà di tutti gli esseri.
Così, quando ritroviamo l’intenzionalità del cuore, quando facciamo questo gesto spirituale di libertà, ci troviamo pieni di gioia, luminosi come un neonato che nasce a un nuovo mondo.

D: E’ il nirvana ?
R: Qui, nessuna promessa d’estasi, nessuna chimera o pittoresca magia per spezzare la noia, ma una relazione con l’intelligenza del vivente, una relazione diretta, immediata con il soffio che porta la speranza felice della nostra umanità.
Qui, in questa semplicità, in questa gioia senza oggetto, vivo felice in una presenza che non posso né perdere né lasciare. I giorni e le notti sono come una nota che rinasce da mondi infiniti che si rinnovano continuamente. Allora la felicità terrena è gioiosa come un coro di scuola e le mie parole-silenzio voltano le pagine della vita senza criticarla.
Qui, la felicità è essere in vostra compagnia e negli occhi sconosciuti che leggono queste pagine. Sono molto sensibile all’amore dei miei vicini e di tutti i miei amici che illuminano la mia esistenza, perché è il mondo che s’impara, è il mondo che prova un’emozione pura di fratellanza, è il mondo felice che si trova trasformato.
 

LIBERATE LA LIBERTA

(Revue 3eme Millénaire n° 70 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini)

La libertà interiore è uno stato naturale al di là dei pensieri. E’ geneticamente programmata nell’essenza stessa della vita. Molti lo sentono “per caso” in momenti di pace e di silenzio dove non manca niente.
Come rendere questa via di liberazione più accessibile?
Il “gene della libertà” è codificato, si inscrive dall’eternità nel principio attivo di ogni cosa manifesta. E’ invincibile, immortale ed eternamente presente. E’ al di là della vita e della morte. E’ uno “spazio senza esilio” nel quale si dispiega “un tempo senza esilio” nel quale si dispiega “un tempo senza morte”.
Per comprendere questo principio prendiamo l’esempio dei geni: la scienza ha scoperto che noi li condividiamo con le piante e gli animali, le loro marche sono solo diverse. Una continuità genetica al di là delle specie ci è allora comune. Questa si sviluppa in uno spazio di creazione e di distruzione che trascende il mondo delle apparenze e delle differenze. Questa espressione di ciò che non cambia, qui ed ora, dà la nascita al tempo e allo spazio. E’ un movimento che permette all’eterna libertà di incarnarsi, “Io sono questo, qui e immediatamente”

D: Qual è la distinzione tra un pensatore ignorante che ignora la propria libertà e un essere che conoscerebbe la verità e la semplicità ?
David : E’ la distinzione tra il cercatore perduto e l’esploratore estasiato, felice. Il primo sogna di essere in esilio. E’ impegnato a parlare delle sue tentazioni, le sue mancanze: dorme… E’ il pensatore esiliato. Il suo mondo è abitato da attacchi, difese, sofferenze, angosce. Attraversa il giorno come un sonnambulo la notte. Passivo, si lamenta e crea la dipendenza dall’altro. L’altro è cosciente della sua semplicità e del suo amore per l’esistenza. Sa tornare all’immediato, veglia, è libero interiormente. Attraversa il suo spazio di vita come un’esploratore entusiasta,, naturale e silenzioso; così il suo tempo di vita non è uno spazio orario da riempire, è questo spazio/tempo d’eternità dove si dispiega l’autoconoscenza cosciente. Il suo pensiero puro guarda costantemente l’eternità e il rapporto con il reale.

D: Voi dite che c’è un’etica gioiosa del liberato; che ne è del pensatore ?
David: Finché sogna i suoi dubbi e le sue alternative, soffre. A volte l’impazienza, la mancanza d’onestà interiore, le scuse metafisiche, le credenze della cultura gli fanno pensare che può eludere la perentorietà dell’etica spirituale. Le scuse di fronte alle difficoltà del reale gli fanno sperare che il filo della libertà sarà meno tagliente. E’ spesso l’ingenuità del neofita che cerca scuse tra la voglia dì essere libero e il dovere, la responsabilità che questo comporta.

D: Il “pensatore-viaggiatore” nel suo viaggio da qui a qui (la liberazione) deve riapprendere l’etica e la lucidità ?
David: Nel cuore dello spirito della scoperta, l’esploratore apprende e cresce in maturità. Il suo percorso iniziatico e le sfide del reale gli serviranno ad attrezzarsi nell’incontro con le sue vere paure. Coraggio, intrepidità, lealtà, pensiero-azione-soddisfazione saranno i nuovi valori che dovrà far suoi. Vincitore sui suoi condizionamenti e sulla sua mancanza di volontà, diventerà conduttore della libertà: dignità nelle prove, riso e semplicità segneranno il suo rapporto con il reale.
Ma non illudiamoci, il filo del rasoio non è un’amaca dove ci si culla con belle parole o risposte sdolcinate… Il cammino non è fatto per i tiepidi che hanno costruito le loro credenze su monumenti intellettuali.
Tuttavia le mie parole non mirano a rendere il cammino della libertà drammatico. La natura della libertà è leggera, gioiosa, non appesantiscono la farfalla nel suo volo, ma è necessario passare dalla generalizzazione e dall’istinto a una lettura lucida del cammino per non rischiare di impantanarsi nelle impasse.

D: Come lasciamo l’istante cosciente, la libertà per ritrovarci nella conoscenza mentale ?
David: Attraverso l’identificazione del soggetto con la conoscenza mentale. E’ l’origine e la sofferenza dell’uomo. Chi sono originariamente sparisce gradualmente a beneficio di ciò che so.
Dall’età della ragione, studiamo letteratura, storia, geografia, scienze, politica ecc. Queste conoscenze memorizzate non sono innate, sono trasmesse dagli altri. Questo sapere è responsabile, senza che noi ne facciamo esperienza da noi stessi. Questo principio d’acquisizione delle informazioni esterne come soluzione delle nostre istanze interiori è automatizzato, generalizzato.
Diventiamo degli autonomi che si immaginano che ciò che sanno è più vero di ciò che sono. Ne deriva, una sequela di moralismi, di generalizzazioni, di giudizi, di veti e di evidenze più o meno tenebrose, che ci colpevolizzano per non essere un essere di libertà. Allora entriamo nel mondo di causa ed effetto, nel quale tutte le spiegazioni e le alternative comportano i nostri rinvii e giustificano il nostro stato “d’esiliati”. L’atto di separazione è così attuato con un meccanismo di surplus d’informazione esteriore a scapito del valore della autoconoscenza. Finito lo spirito di scoperta, di appetito di conoscenza e d’azione naturale di meraviglia in se stessi, tutto è banalizzato, spiegato, razionalizzato e “pubblicizzato”.

D: In questo modo siamo parassitati dai pensieri mentali, ma ne siamo coscienti ?
David: No; come un pazzo sulla strada che parla ad alta voce con persone immaginarie, ci parliamo, dialoghiamo sottovoce con la nostra testa. Non c’è differenza che nel volume sonoro… Siamo capaci di dare risposte automatiche, senza riflettere, che non sono realiste. Solo un vago malessere ci rivela che “forse” non sono giuste.

D: Per quale tocco di magia l’Ego (il pazzo) impedisce la libertà e oscura la coscienza creando così la sofferenza ?
David:
a) Per un pensiero immaginario proiettato che drammatizza il futuro e fa rimpiangere il passato, eliminando così la trasmissione e la conoscenza cosciente contenuta in ogni istante presente. La conoscenza mentale rende solitari: divide, giudica, esclude, punisce.
b) Per le immagini di me che nascondono la lettura intuitiva, simbolica, sacra e universale di noi stessi. Non resta del sole interiore che un lucore smorto, giusto per vedere ed abituarsi alle tenebre.
c) Per il linguaggio articolato che fa si che le parole siano prigioniere dello spazio-tempo. Esse hanno una memoria, un contenuto. Non esprimono che la storia del mentale e la ripetizione di sofferenze. Torre di Babele ineluttabile.
d) Per i pensieri che ostruiscono i canali dei sensi. Questi non trasmettono altro che la frattura con l’esteriorità. C’è un paesaggio esteriore (gli altri) e un paesaggio interiore (me) ma nessun legame tra i due. Sono solo e isolato e “vedere” è sostituito da guardare, “ascoltare” da intendere, “toccare” da guarire ecc.
e) Sul piano del comportamento, l’ego (l’uguale) traveste la coscienza d’Essere immaginando di possedere il potere creatore. Egli vuole:
• Essere riconosciuto e essere potente (soprattutto non mostrare la propria fragilità)
• Non morire
• Spiegare il perché gli dà l’impressione di un sapere personale che maschera la paura della sua ignoranza
• Da’ delle lezioni perché ha delle certezze. E’ diviso! Così divide per regnare e colpevolizzare gli altri
• Sa bene spiegare perché essi hanno torto; questo gli permette d’aver ragione e soprattutto di non cambiare le sue posizioni. Giudica con una logica implacabile e va fino ad escludere in nome di Dio…!
• “Esteriorizza” gli “altri”. Ciò che essi pensano di lui è immaginato, proiettato ed ha mota importanza. E’ il famoso “sguardo dell’altro”. Vi entriamo con l’illusione dell’interpretazione mentale; il giudizio e il senso di colpa sono interiorizzati come evidenze concrete. Il “folle” è entrato nel teatro della mente. “Sente” che qualcuno lo osserva. La conoscenza di sé è fuori circuito; è come se in un aereo il sistema informatico previsto per assistere il pilota non obbedisse più e facesse di testa sua. E’ una presa di potere illusoria alla quale crede identificato il suo “mentale mentitore”

D: Potete spiegarci la distinzione tra la libertà interiore e la liberazione ?
David: La liberazione è come una madre in una attitudine dinamica di aprire sempre il cuore e le braccia; la libertà interiore individuale è il gesto del bambino che, aprendo le braccia a sua volta, si lascia abbracciare.
Si tratta di un atto da compiere; scegliere la libertà, e farlo al di là d ogni attesa passiva e del chi-vive istintivo. Lo scopo del nostro destino è di liberare la nostra libertà nel cuore di questa corrente universale. Questa partecipazione è esploratrice, ludica, dinamica, giusta attenzione e attenzione senza un “affaticamento psicologico”. Questa corrente universale genera amore e libertà infinita. Ci porta come un fiume porta una barca. Questa corrente ci porta perché ne diveniamo coscienti, non ci porta come un ramo morto, come se fossimo dei dormienti incoscienti d’essere.

D: Il nostro destino è dunque di viaggiare nella corrente della liberazione e la nostra partecipazione individuale e attiva è un “fare partecipare” nello spirito della scoperta ?
David: Si, restiamo nell’analogia del fiume: in un recente atelier-avventura nelle Lande, la corrente del fiume ci ha insegnato questa distinzione tra un lasciar-fare passivo dove non c’è niente da fare e un fare-condurre nella corrente che ci porta. Se siamo in una barca senza utilizzare i remi la corrente ci porta dove vuole. Siccome il fiume è sinuoso, sparso di tronchi, di sassi e banchi di sabbia, la nostra barca corre un vero rischio di rovesciarsi o di restare impigliata in questi ostacoli contro corrente.
Praticamente cosa abbiamo imparato e qual è l’arte di condurre la libertà?
Condurre la barca non vuol dire lasciarsi portare dalla corrente, ma dirigere la propria condotta.
L’azione di dirigere di fronte agli ostacoli deve essere immediata. E’ importante essere totalmente presenti, vigili, attivi. Ogni ritardo all’adattamento alla corrente fa andare la barca alla deriva e accresce il danno. Invece, se l’adattamento alla corrente e agli ostacoli è immediata, lo sforzo da fare è facile e divertente.
La barca deve essere diretta e andare un po’ più veloce del movimento del fiume perché ci sia padronanza. Là entriamo nel piacere individuale d’essere liberi e partecipiamo alla gioia d’esserne coscienti. La libertà è liberata. Aggiustarsi nel senso della corrente diventa allora un piacere fluido, intelligente e creativo. Quando questo gioco s’inventa nello spirito della scoperta, senza “fatica psicologica” né identificazione ristretta alla nostra produzione mentale, è sorprendente rendersi conto che è il fiume che gioca con noi. Tutto s’inverte allora in un grande scoppio di risa. La vita universale gioca attraverso la coscienza individuale, è “Io sono quello” che gioca con “io sono qui”. La sensazione del sorgere della libertà procura un sentimento di invincibilità semplice d’essere il vincitore dell’istante presente.
Questo favorisce un’armonia a livello del corpo, delle emozioni, della mente come la relazione con il reale, unità ritrovata dal giusto atto d’Essere.

IL SENSO DELLA PREGHIERA E DELLA MEDITAZIONE

(Revue 3eme Millénaire n° 67 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini)

D: David, meditate ancora ?
R: Si, medito! 24 ore su 24. L’immersione in questa testimonianza eterna e onnipresente è una “qualità d’essere, “la meditazione-coscienza” che interagisce con tutte le fasi della vita, 24 ore su 24. E’ una contemplazione pura, un rapimento d’essere senza riferimento conosciuto, né tangibile né intellettuale, una mente che si integra allo svegliarsi e all’ingrandire del mondo. Questa “meditazione del cuore” non è un’estasi mistica che porta all’intuizione dell’Uno, ma una integrazione della fusione universale, in uno spirito umano, che partecipa a tutte le attività familiari alla sua esistenza senza confusione. E’ come una testimonianza dinamica e atemporale che unisce il creatore alla sua creatura.

D: Per me, la preghiera è il linguaggio articolato dal credente che tenta di riunirsi al divino, al sacro. Di fronte a un pericolo imminente, in una sofferenza acuta, una preghiera può sorgere da qualsiasi bocca umana; questo vi è già capitato prima del risveglio ?
R: Si, davanti a una situazione gravissima ed eccezionale, ho potuto assistere al crollo del mio personaggio psicologico. Era come trapassare lo scenario dei miei lamenti o attraversare il riflesso dello specchio. In un’esperienza inaudita e ricca d’insegnamenti, un gioioso colpo di magia! Riteniamo che quando una mente incontra questo più alto grado di sincerità e di umiltà di fronte ai suoi limiti e alla sua impotenza, trascenda tutti i limiti psicologici per non farne che solo uno con il voto della sua anima: ritrovare l’eterna unione in ogni cosa: “Io sono Quello, rinascendo a quello”.
Numerose testimonianze descrivono la storia di quella relazione urgentissima e sacra. Ci insegnano che questo contatto immediato con “lo stato di preghiera” è sempre possibile. Qui in questo slancio spontaneo, è la natura della libertà che si esprime in tutta la sua potenza, espressione della grazia che rovescia tutte le determinazioni mentali. E’ la natura stessa della vita religiosa nel senso della “vita che unisce” è riconnettersi al mistero profondo del vivente che opera in ciascuno qui e ora.
Accettiamo di imparare che “questo principio unificatore della preghiera” è sempre disponibile. Non aspettiamo gli elettrochoc! Unirsi con dolcezza alla preghiera cosciente è la via del cuore, una comprensione giusta dell’”istante che prega”. La preghiera articolata che utilizza la dimensione spazio-tempo è allora l’espressione di questa forza atemporale che desiderava crescere in ognuno di noi.

D: Per quelli che non sono in situazioni eccezionali di sopravvivenza o d’urgenza, qual è il senso delle loro preghiere: sono atti di devozione, preghiere-bisogno, domande di mendicanti ?
R: In quel caso, la preghiera è sempre in ritardo, non viene dal cuore, recita parole imparate senza profondità. Bisogna saper staccare la parole antiche dalla proiezione, dal senso di mancanza e separazione. Chi le utilizza è un pensatore perduto nei suoi pensieri, la sua identità viene dalla memoria culturale o ha trasceso i limiti della sua personalità psicologica e sociale?

D: Allora secondo voi, utilizzare la preghiera come “un turista dell’urgenza” è ingenuità infantile ?
R: L’umano deve sfuggire al dominio della paura e al rifiuto della realtà. Se non è cosciente di queste abitudini mentali, onora il “timoroso e l’interessato” Il divino non è un procacciatore di avidità.

D: Per quel che riguarda la meditazione o l’interiorizzazione, sarebbe solo un rifugio spirituale puntuale o incrocia la realtà della vita quotidiana ?
R: Il mondo è la meditazione in atto per chi veglia nell’auto-conoscenza. Perché chi è nutrito di questa conoscenza cosciente, non c’è un meditante alla ricerca della pace o del risveglio in un futuro più o meno vicino. Lui E’, coscientizza e apprende in ogni istante, situazione o incontro, senza volere nulla, perché la sua mente non è più alimentata da pensieri, la vacuità è la sua coscienza meravigliata. Ciò che conosce non è un sapere di questo mondo. E’ “io non so”. Veglia sul cuore del vivente rinascendo alla vita e alla morte. E’ questo che opera la metamorfosi.

D: Ci sono dei mezzi per l’esplorazione di questa “meditazione cosciente” e come vegliare e ritrovare la pace ?
R: Si veglia sulla pace abbandonando l’idea “del come e dei mezzi per…” Fino a che il rumore di fondo dei pensieri parassita il nostro essere, è molto difficile ritrovare la pace unificante nel quotidiano o nell’esplorazione interiore, che sia di origine contemplativa, riflessiva o trascendentale. Questo tipo di meditazione include un “meditante pensatore” spostato, identificato con la sua traccia mentale, come un uomo che, camminando nella neve, si identifica nelle tracce dei suoi passi e partisse alla ricerca di se stesso seguendo le sue impronte!
Un meditante-ricercatore maturo può uscire da questo percorso mentale evitando d’entrare nelle boutique new-age del pensiero confezionato, del fast food spirituale, del “mac-mantra” e del “gurutismo soporifero”. E’ molto bello fare un giro del maneggio e salire su tecniche meditative come su cavalli di legno, ma girare in tondo porta da qualche parte? Qui, non sono “questi mezzi tecnici” che sono un impedimento per accedere alla nostra immediatezza naturale, ma il meccanismo di proiezione e l’attesa di un risultato che le rendono inefficaci.

D: La presenza di un risvegliato è un aiuto ?
R: Si, è un aiuto, ma non un obbligo; tutto ciò che è creato è il frutto di questo “risveglio guardiano del Tutto unito”.

D: Dunque questo spirito cosciente non è soggetto alla conoscenza pensante, né all’esteriorità; non è il prolungamento del sapere appreso o dei condizionamenti sociali. E’ esatto ?
R: Si, la sua mente è aperta, creativa al di là delle informazioni memorizzate. La sua attività non discende dal principio dell’errore, ma da un’autoconoscenza fusa con il Mistero dell’esistenza. La sua mente luminosa ha trapassato la memoria delle parole, dei miti e delle credenze. Risuscita in lui il fiorire folgorante di quell’energia di cui ogni umano è depositario. La sua mente è uno spazio di fiducia e di pace. Non vive più nell’illusione del passato e non proietta niente nel futuro.

D: Siamo tutti individualmente i depositari di questo tesoro nascosto nell’essenza stessa del vivente !
R: Si, la nostra mente è pura, luminosa, immacolata, bellezza incandescente nel firmamento dell’infinita grazia di ESSERE!

IO SONO, TU SEI, NOI SIAMO... IN RELAZIONE CON IL TUTTO E TUTTI GLI ALTRI

(Revue 3eme Millénaire n°80 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini)

D. Ogni secondo sette biliardi di neuroni sono in relazione per mantenere in vita ogni individuo! La terra è attraversata da particelle che vengono dal sole (neutrini)! Gli scienziati ci dicono che tutto è relazione, tutto è collegato, i saggi ci dicono: “tu sei Quello”. Allora cos’è la relazione per voi ?

D.C.: Intrattengo una relazione intima e privilegiata con la mia amica “relazione”! Essa mi insegna giorno e notte i segreti della sua umanità…(risa). Il processo misterioso della relazione è la nuova sfida proposta alla specie umana. Malgrado internet, siamo all’età della pietra della comunicazione, però la vita ci obbliga a incontrarci e a vivere insieme.
L’arte della relazione si costruisce nella spontaneità di ogni istante: è essere coscienti che ogni avvenimento che si presenta nella vita, qui e ora, è un’opportunità di scoprire la soluzione dell’esistenza; è osservare per conoscere e riconoscersi diventando lucido sulle leggi naturali della vita.

D: Allora come vivere insieme e come fare consciamente la pace.
D.C.: Vivere in pace è uno stato naturale al quale ogni uomo aspira. Non siamo fatti per vivere incubi relazionali: non saper amare o non essere amati. La pace con gli altri e in sé passa per una relazione autentica senza l’obbligo delle lagrime… Noi dobbiamo contattare l’intimità del nostro essere profondo per sentire pienamente ciò che siamo veramente e fare la pace in noi. Pensare che possiamo come individui cambiare la nostra relazione con l’altro senza chiarirci interiormente è una dolce illusione, e rispettare l’altro, quando dentro di noi c’è la tempesta, un’utopia romantica.
Questo non ci lascerà che un senso di colpa, d’egoismo e d’impotenza di non poter far nulla nella realtà.!
La sola pace sulla quale possiamo avere un’influenza reale immediata è quella che siamo capaci di generare all’interno della nostra mente.
La nostra responsabilità è d’essere “chiaroveggenti” su ciò che accade nel nostro giardino interiore in relazione con il giardino dell’altro: l’arte della relazione si coltiva, la pace relazionale non discende appesa a un paracadute: viene da noi. La ragione per la quale qualifico quella relazione misteriosa, è che la relazione non è una cosa innata, ma un principio d’apprendimento dissimulato, da reinventare, che contiene il piacere della scoperta.

D:Passare dalla relazione istintiva alla comunicazione cosciente ?

D.C.:Quando due persone si incontrano, che lo vogliano o no, si scambiano una serie d’informazioni coscienti e inconsce che determinano il loro comportamento e il loro giudizio. La risposta immediata a quella interazione è una abitudine comportamentale istintiva: o vi sentite semplici, naturali, o vi svalutate per rinuncia o seducete per compensazione. Siete relativi ma non reali! Allora possiamo finirla con la manipolazione e non voler cambiare gli altri mantenendo i nostri meccanismi di resistenza al cambiamento. Vogliamo aprirci alla comunicazione cosciente?

D. Si ma come fare ?
D.C.; Fuggire su un isola deserta (risa)…o fare della relazione un’opportunità di crescita reciproca dove l’altro sarà la soluzione di un nuovo apprendimento. Prima, la parola relazione era sinonimo di “ho paura del legame, vorrei condividere ma ho paura degli altri, mi sento separato dalle cose, sento la perdita del legame ontologico, la mia vita non ha senso, devo cercare qualcuno che mi dia amore, che mi rassicuri perché in me vivono il dono e l’abbandono, l’amore e la lotta, la speranza e la rassegnazione, la gioia e la tristezza, il coraggio e la vigliaccheria, la verità e la menzogna, etc..
Riassumendo: se non mi conosco, non posso comprendere il mondo.

D: Allora in tutti quegli interrogativi e quelle incertezze avete trovato una guida ?
D.C.: La prima guida è la vita comune che si presenta nell’incontro con il tutto, famiglia, amici, natura. Ho anche incontrato dei saggi che mi hanno aiutato a ritrovare la mia vera natura. Prima di iniziare il processo del risveglio, ero robusto! Progettavo il mio ego, le mie illusioni, le mie credenze, le mie opinioni, le mie certezze, le mie paure senza saperlo…(risa). Ero istintivo, non cosciente dei miei modelli automatici reattivi automatici. Ero nel mio guscio e lo proteggevo… Proteggevo la mia immagine di me piuttosto che la mia natura essenziale.
L’incontro con un saggio vero fa crescere, è sconvolgente per il riconoscimento del vero. Il saggio è senza concessioni. Non riduce l’esigenza del vero a un conforto… Conduce l’allievo verso l’autoreferenza.
Il saggio non è né selvaggio, né domestico, possiede la pedagogia dell’amore come l’onniscienza! Tutto ciò che non è vero è bandito.

D: L’onniscienza della relazione è conoscere tutto ?
D.C.: Il saggio conosce le strategie dell’errore, le impasse dorate, le sirene mentali. Non è vittima delle trascendenze illusorie e del confort dei fantasmi mentali. Discriminando con la sua intuizione viva, diffida delle spiegazioni delle scienze provvisorie, non è uno sciacallo che si pasce dei resti dei concetti pensati dagli altri; è vivo, deciso, benevolo, sorprendente. Lucido, suscita l’interrogazione creativa, veglia su “non so”, non è un ignorante, conosce le differenti vie che portano in cima e quelle per discenderne. Lui non ci rimane, lui è il movimento della via, non lo scopo. Conosce le tappe ma non ci s’ingrassa, è onnisciente delle pratiche che permettono il ritorno al vero, ma conosce anche le pratiche dell’errore, gli ha consacrato molto tempo! (risa)
La comunicazione cosciente è un movimento tra due esseri desiderosi di creare un ponte tra due rive. Essa è ciò che unisce gli individui come il silenzio lega le parole.

D: Se, all’inizio, il nostro punto di vista non può che essere relativo, allora come si comprende ?
D.C.: Comprendere l’altro rivela un’intenzione di legarsi perché l’istante vissuto insieme sia unico e singolo, commozione della relazione dove non manca niente.
Comprendere l’altro, creare il movimento dell’uno verso l’altro, come il gesto di tendere la mano e dirsi “buongiorno” mi permette di verificare se l’ho compreso. Comprendere l’altro è arricchirmi del suo punto di vista, essere capace di dargli tutte le possibilità d’esistere nella sua differenza; ingrandire il suo mondo interiore è un’intenzione di comunicare, un gesto da fare in sé.

D: Allora la comunicazione cosciente passa per la delicatezza del cuore, è un’intenzione volontaria a comprendersi reciprocamente ?
D.C.: Si, quando l’uomo è capace di contattare semplicemente la corrente creatrice disponibile in ogni momento, tutto diventa semplice e continuamente nuovo: si fonde naturalmente nel suo ambiente; la mente e il cuore non si oppongono più, non si crea più entropia nella relazione con se stesso e gli altri.
Comprendente il movimento del proprio pensiero, diventa lucido, calmo, semplice e realista. Osserva e sa ascoltare come un bambino ricettivo e aperto.


Il passaggio della resurrezione

D.C.: Per vivere quella realtà universale della relazione cosciente, devo conoscermi e riconoscere il passaggio tra “sono isolato” e “sono gloriosamente solo”. In quel passaggio la maschera dell’isolamento, della rottura e dell’esilio cade. Che l’autore giochi il ruolo di chi è isolato, limitato, perso, senza amore, o il ruolo del narcisistico, dell’orgoglioso o del vanitoso, tutte le maschere si fondono nella bellezza dell’Essere originale. E’ il passaggio della resurrezione. Ritrovato il movimento dell’uno verso l’altro, il punto di vista della relatività è lasciato a profitto d’una nuova energia, quella di vivere il gioco dell’istante presente, gioco della parentela singola e universale.
Comprendere questo ci dà la possibilità di non cadere nell’obiettività mentale: “ha torto, ho ragione, sono vittima del parere degli altri”.

Riconoscere quella non-dualità mi fa capire che, se sono infelice o sconfortato, l’altro non è mai la vera causa. L’altro mi segnala che esco dalla pace, non mi fa la guerra…

D: Oggi siete psico-gerontologo, insegnate scienze della comunicazione; come vivete la relazione con gli studenti che non conoscono il vostro passato di ricercatore dell’essenziale !
D.C.: Comunicare con loro mi dà molta soddisfazione e pienezza. Stabile in un silenzio interiore, mi sento pienamente allievo della mia amica “Relazione” .
Con gli studenti e gli amici continuo a imparare l’unità con ogni persona. La coscienza della percezione d’unicità dà un sentimento di condivisione pedagogica, di fiducia e di stupore. Sentirsi vicino, simile, umano è un sentimento sottile di gratitudine e di luminosità infinita.

Vivere il miracolo della vita è un’emozione di pura gioia dove tutto diviene sacro.

Siamo tutti il movimento della relazione che “si impara” a essere relazione cosciente… A ogni incontro, per un mistero inaudito, la soluzione arriva, imprevista e sempre nuova. E’ come se la libertà si liberasse seminando un sentimento di apertura trasmissibile. La persona si distende e diviene aperta a un nuovo processo di trasformazione psicologica e spirituale: l’amore incondizionato va a scovare il Vero e l’Autentico sotto le maschere della personalità. La saggezza nascosta in ogni essere si dispiega in un processo attivo di lasciar andare. Ci conduce vicino a un luogo che ci ha visto nascere e ci vedrà morire: migrazione senza tempo, senza perché né come… Così il ponte della relazione si dispiega, l’arco dell’alleanza si costruisce.
Quella forza creatrice trapassa tutte le sofferenze mentali, le dissolve. Stabili in quel silenzio interiore, pienamente in unità, condividiamo un sentimento indicibile di fiducia che ci arricchisce reciprocamente. E’ come se la persona si dicesse “qualcuno mi ascolta, mi riconosce e mi ama, qualcuno finalmente condivide ciò che sono”.
Allora diventa più aperta al processo di cambiamento. E’ stupefacente constatare come le situazioni che sembravano irrimediabili si trasformino in correnti fluide e chiare in chi è ascoltato. L’intelligenza viva e universale si mette in opera. Sorta dal silenzio d’eternità quell’energia pura d’amore disegna e mette musica nelle nostre parole.
Centrato nel silenzio immutabile, il movimento dell’uno all’altro si interconnette veramente. La relazione cosciente ci conduce e ci unisce alla semplicità gioiosa. In quello spazio relazionale si semina l’alleanza dell’uomo liberato dalle sue illusioni, dalle sue paure e dai suoi fantasmi.
- Libero d’essere silenzioso ascoltando l’altro senza giudizio.
- Libero di dire sinceramente con delicatezza ma senza compromessi.
- Libero di dialogare in una dinamica relazionale nuova nella quale l’altro diventa così la soluzione.
- Libero dai condizionamenti, dalle reazioni inconsce, dall’egocentrismo.
- Libero di riconoscere i nostri bisogni fondamentali.
- Libero di desiderare ciò che vuole la vita.

D: Avete l’impressione che le persone oggi accedano a più coscienza ?
D.C.: Al di là delle apparenze e del messaggio immediato, la gloria universale, misteriosa e nascosta si dispiega. Un’intima comunione si crea sempre più nello scambio delle parole e delle idee: la diversità degli esseri si fonda nell’unità. E’ uno star bene sentirsi a contatto con ciò che universalmente è, sé e vero. Come l’appuntamento dei raggi del sole con le vetrine delle cattedrali, c’e della luce, della bellezza e del sacro in ogni incontro. Esso serve da rivelatore delle leggi dell’animo umano, offre l’opportunità di accedere al dono nascosto, all’ordine impensabile del mistero che riunisce l’uomo, la terra e l’universo in un tutto. “Per questa comprensione semplice e gioiosa sono uscito dalla mia solitudine per diventare un Nuovo essere umano.”

Un’analogia religiosa.

D.C.: Solo Dio parla all’inizio (risa).
Non c’è un canto d’uccello che non sia Lui… Lui è il creatore di tutti i suoni e di tutti gli esseri. Quando due umani parlano, è Dio che dialoga… Se gli uomini lo dimenticano la sua parola unica diventa due parole, due me, due corpi. La separazione è confermata, la relazione duale diventa una vera menzogna…, il bene e il male, la verità e il falso, ecc. Da quell’istante gli uomini parlano di separazione come d’una evidenza astratta logica e mentale. In realtà spiegano e premeditano la separazione con il divino. In realtà restano all’interno della menzogna per un “pensiero-sirena”: “So che ciò che penso è vero, sono un ricercatore perduto!”
Quella presunzione di colpa dovrà passare dal setaccio della gioiosa modestia… sono immacolato e la mia presenza stupefatta è prima del bene e del male. Sono il verbo creatore prima della torre di Babele, prima delle lingue umane. Sono umilmente Dio prima di diventare due… Sono onnipresente, qui, lucido e meravigliato del legame con “sono tutto, sono quello, infinito, continuamente…”

Fa’ come l’uccello.

D.C.: Per riassumere la pedagogia relazionale del viaggio da qui a qui, prendiamo l’analogia dell’uccello!
All’inizio della vita terrena sono un uccello chiuso nel mio guscio, non so di essere un uccello e che c’è un fuori! Vivo totalmente nel mio mondo interiore dipendendo dai processi ereditari e automatici della trasmissione della specie.
In seguito percepisco il mio guscio, ne esco e imparo a vivere la mia vita seguendo il modello culturale e familiare. Mi rendo conto di essere in una gabbia! E’ la via psicologica.
L’uccello trova la porta della gabbia, è già aperta! Vola nei dintorni ma ritorna al nido! (abitudine al conosciuto e a essere prigioniero). Inizio della ricerca spirituale.
L’uccello diventa il volo
non è più identificato a un oggetto o a una cosa; è l’intelligenza della via spirituale, diventa il processo vivente, il gesto di Dio, la relazione tra Dio e la sua creatura…

L'AMORE ASSOLUTO... E SE NOI AMASSIMO PER DAVVERO...

(Revue 3eme Millénaire n°85 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini)

Il ricordo di essere liberi e di essere amati è inscritto nel più profondo della nostra vita; per questo cerchiamo tutti la chiave della libertà la cui espressione è il sentimento d’amare. Sappiamo tutti al di là di ogni dubbio che questa verità esiste veramente.
Vi ricordate dello slancio vitale che procura il sentimento amoroso la prima volta, quello che vi dà la voglia di condividere con l’altro, di sorridere alla vita, di dire grazie al presente e di trovare tutto bello? Quella sensazione di essere innamorati è la manifestazione terrena, emozionale, intellettuale, psicologica e comportamentale dell’Amore assoluto. Noi ne siamo tutti figli e figlie.

Domanda: Si, ma come ritrovarlo quel sentimento di essere amati in questa paranoia generalizzata di un mondo che si cerca? Come amare e sentirsi liberi concretamente nel nostro quotidiano? Per questo non ci vorrebbe un miracolo che elevi la coscienza collettiva ?
D.C. Il vero miracolo è prendere coscienza di tutto ciò che ci è già dato, già lì, invece di lamentarci o di sperare un futuro migliore. Cosa vi manca in questo istante, voi siete vivi!
Saper dire grazie e sentirci amati per la vita tutta intera vivifica l’esperienza di unicità con la propria sorgente. Accedere a quella unione più vera, più profonda con la realtà intima delle cose e degli avvenimenti cancella la sensazione di essere separati dall’amore universale. L’esperienza della realtà intima, quella di essere una corrente d’amore universale non è il pensiero mentale del ricercatore perduto. E’ un passaggio di coscienza, una carta geografica universale ritrovata come un GPS universale.
E se l’amore terreno, quello che ci fa tutti correre su questa terra, fosse lo specchio, il prolungamento, il frutto dell’amore universale. Non si dice “trovare l’anima gemella”.
E se in ogni sguardo che incrocio si ripetesse la scintilla dell’illuminazione di un Vedere risvegliato, di un vedere assoluto, dove la mia coscienza fosse amante e spettatrice dello spettacolo della creazione!
E se, in ogni ascolto, fossi unito al primo suono, a “io sono tutto quello”, la mia origine istantanea!…
E se in ogni parola e pensiero fossi legato all’origine del verbo amare, amare e essere amato coniugandosi nello stesso tempo qui e eternamente!…
E se insomma fossi sposato con il verbo amare?
E se in ogni respiro fossi tanto presente al movimento dell’immobilità, che il respiro dell’immensità si respirasse nel mio corpo!…
E se la libertà potesse amare i suoi limiti senza sentirsi prigioniera!
E se fossi il movimento d’amore del presente immediato, là dove veglia la coscienza d’amare, amando e ringraziando infinitamente.

D: Volete dire che quella corrente d’amore universale ci guida ad ogni passo di qui e in ogni avvenimento come un GPS ?
D.C. Si. GPS vuol dire gran presente spirituale (risa). Si, è un gioco dove nessuno può perdere tranne che in sogno! Quando ci si risveglia dall’incubo del ricercatore smarrito è una bella risata che rivela la verità smascherando l’illusione. Quel momento di poesia spirituale rende la vita amante, miracolosa; esso ci aiuta, ci riscalda e ci apre la mente alla magia della realtà immediata come essa è.

D: Voi nel vostro quotidiano siete sempre dello stesso umore ?
D.C. Il mio quotidiano è come il vostro…con alti e bassi!… Però la differenza tra il cercatore perso che ero e adesso è che so utilizzare il bottone della fiamma che illumina l’istante presente. Vivo gli avvenimenti del quotidiano senza il timore di perdere la mia unicità con tutte le cose. Vedo che il tutto si inscrive in ogni parte pur ricreando il tutto, portando così testimonianza di ciò che siamo in realtà, unificati e in pace. Così ogni essere umano, ogni albero, ogni uccello, lago o montagna diventa un tempio, un luogo dove è bello ringraziare perché ogni presenza è un miracolo dell’amore della Vita…

D: Ma non vedo che disordine e sofferenza, non sento il desiderio di dire grazie; non mi sento amato e gli altri e la vita mi fanno paura !
D.C. E’ nel cuore stesso della coscienza di ciascuno che sono disponibili la libertà e l’amore che cerchiamo disperatamente all’esterno di noi. Arrivare alla radice di essere gloriosamente soli, cioè “io sono ciascuno e tutti”, svela l’amore universale che è senza attesa inconscia né dipendenza. E’ uscire dal triangolo relazionale salvatore-vittima-persecutore nel quale l’ego ama usare il meccanismo della paura della solitudine. Questo richiede una grande vulnerabilità, sincerità e un innato senso della relazione col presente.
Ora, sul piano relazionale della vita di coppia, vivere in armonia è possibile se si accetta di entrare in quel processo di apprendimento che contiene non solo la conoscenza e l’applicazione di regole, ma anche l’accettazione degli errori senza giudicarsi, il dimenticare i condizionamenti e il reimparare la comunicazione.
La relazione si costruisce nella spontaneità di ogni momento. Scegliere l’opportunità del quotidiano per ritrovare la pace nella coppia è un lavoro che occorre fare pazientemente in due. Apprendere a parlare giusto, a esprimersi sia in quantità che in qualità più vicino alle proprie emozioni è un continuo imparare. Il solo modo per una comunicazione giusta è la delicatezza del cuore, vera compassione in atto. E’ una intenzione volontaria a comprendersi a vicenda, ad abbandonare il peso delle parole che ci imprigionano in un ruolo da cui non sappiamo come uscire. Cessare di difendere le proprie idee e i pregiudizi, sospendere il giudizio, è arrivare a una lucidità e a una giusta discriminazione; la coscienza di sé è allora così intima che illumina il caos o il disordine apparente. Essa si rivela con una percezione sottile e perspicace, in un vero lasciar andare che dinamizza la verità dell’istante.

D: Che cos’è la conoscenza dell’istante presente ?
D.C. La conoscenza del presente è il rapporto che il soggetto ha con il reale. E’ un rapporto totale d’adesione al presente, il solo tempo reale vissuto dalla nostra coscienza… Sta a noi armonizzarci con questa intelligenza universale che si inscrive in ogni istante. Questa intelligenza creatrice è nascita, fiducia, abbondanza, generosità; essa ama la vita in tutte le sue forme perché ogni cosa è creata attraverso di lei. Tutto è interconnesso in armonia con il tutto.

D: Questo vuol dire che il soggetto, che si lega totalmente, coscientemente, a ogni oggetto e ad ogni situazione, si decondiziona ?
D.C. Si, i vecchi vestiti si disgregano, le abitudini lasciano spazio alla meraviglia e alla novità. Il soggetto improvvisa e se ne meraviglia. Armonizzarsi con questa conoscenza del presente ci mostra il cammino, conduce alla verità e offre una gioia intima illimitata a chi la pratica. E’ un’energia disponibile dappertutto che sviluppa l’incantesimo delle facoltà della creatività, permettendoci così di partecipare, lucidi e semplici, al presente miracoloso dell’esistenza.
La nostra vita viene dalla vacuità creatrice che modella il mondo come uno scultore invisibile che fa tutte le cose che appaiono.
Noi siamo delle nubi di atomi che diventano un corpo per il principio della metamorfosi.
Noi siamo il movimento dell’universo che si personalizza nelle nostre vite, il miracolo dell’invisibile che diventa umano.
Noi siamo il segreto che unisce tutte le cose diventando visibili!
Noi siamo la manifestazione creata dall’espressione dell’universo, siamo i suoi frutti, perché qui il tempo non passa; esso si fa eterno in appuntamenti intimi e, cosa strana, qui ogni idea di sofferenza è scomparsa.

D: Come fare la differenza tra il movimento della chiave che libera e le mie impressioni mentali di essere prigioniero ?
D.C. Regolate i vostri pensieri diventando il maestro della vostra presenza…
Sono i pensieri mentali che generano e conducono le vostre emozioni e i vostri umori. Il vostro sentire non dipende dagli avvenimenti ma dal modo di interpretarli! I pensieri che generano stress si creano su una percezione falsa della realtà immediata. Questa si colora delle impressioni del passato e l’avvenimento non è più visto così com’è. Il giudizio errato vi dà una visione deformata dei fatti, i vostri pensieri diventano sempre più irrazionali e nutrono lo stress. Ritornate al presente, vedete che il vostro cattivo umore interpreta la realtà del momento: non aggiungete altro, prendete le distanze…
Praticamente proviamo a portare la nostra attenzione su ciò che la vita ci presenta piuttosto che su ciò che vorremmo che fosse. Ciò che è, è; ciò che non è, non è.
Ritorniamo al corpo. Esso ci aiuta perché è sempre nel momento. La potenza del mistero lo sintonizza con l’energia universale. Fondandosi sul sentire cosciente di ciascuno, quella energia gli procura salute, vigore, visione chiara, intuizione e libera circolazione del respiro. Questa conoscenza del presente è un lasciar andare i deliri del pensiero mentale.
L’accento è da mettere sul sentire del soggetto in relazione agli avvenimenti. E’ un accompagnare attento e pertinente di situazioni e scambi affettivi, relazionali e spirituali, come anche del potere dinamico della libera circolazione delle energie del respiro che dà la vita, il movimento e la metamorfosi.
La coscienza del presente, senza cedere alle sirene della distrazione mentale o della noia, conferisce una semplicità e una gioia insospettata a chi la pratica. Questa meditazione del presente senza oggetto dà l’unicità al soggetto che si meraviglia di esistere senza un’aggiunta dall’esterno.
Egli ha un rapporto intimo col suo creatore. Non coltiva né il potere né i miracoli all’esterno, ma sente l’unicità dell’universo nel suo corpo, vi si riassorbe. L’accento è messo sulle qualità di tranquillità, d’equanimità; egli resta aperto e dinamico, egli è vissuto perché è la forza spirituale che opera in lui, lui non si appropria più dei suoi atti. Il suo spirito è liberato, i suoi sensi appagati, è libero di non inquietarsi e di non sapere niente. Non è uno sciocco o un sempliciotto, ma un “meravigliato” totalmente riconciliato con se stesso e con gli altri. Egli è rinascente e favorisce così la trasformazione a livello delle cose o delle situazioni che gli sono presentate. E’ spettatore delle forze della vita e del miracolo d’esistere.

Riassumendo: la libertà è l’azione di trovare la chiave di uscita dalla gabbia mentale per scoprire il di fuori; il Grande Amore è accorgersi che si è sempre stati al di fuori, che le gabbie sono illusorie e che chi si sente prigioniero è sempre stato libero…E se noi amassimo per davvero…

“Io vedo il mondo a cuore aperto in un’intuizione globale. Il mio sguardo non è usato per il passato, la gioia colora tutto ciò che osservo. Vivo libero da ogni sapere mentale, scopro, esploro e giro la chiave dell'amore in un movimento che apre tutte le cose insieme. Qui il mio cuore e il mio pensiero dicono grazie! Dalla mia anima aperta all’infinito e che ritorna qui, la mia coscienza si dilata e si contrae di continuo come in un rapporto amoroso… E’ un’estasi, un orgasmo, uno stupore, un’intuizione, un risorgere… NO! Vedo il movimento della chiave che apre da sempre, qui, in ogni istante, il cuore dell’Amore dove ogni cosa dice “ti amo” ad ogni cosa… Lagrime mi accarezzano le gote, il primo pensiero si fa visibile… Si, sono il testimone, la celebrazione, l’assemblea, il prete e gli sposi. Sono il principio del Grande Amore!”
 

NASCERE E "NON-NASCERE"... SENZA MORIRE

(Revue 3eme Millénaire n°83 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

In una notte molto strana, “sognavo…” che ero una particella piccolissima nell’universo siderale, volevo “nascere”. Urlavo in un silenzio glaciale: “voglio vivere”, ma il tempo scorreva inesorabilmente. Avevo l’impressione che i secoli passassero ed ero sempre nella mia supplica: “Voglio esistere!”. Poi in un batter d’occhio, vidi miliardi e miliardi di manifestazioni della varietà della vita. Vidi il mistero della trasformazione e lo straordinario amore nascosto nei cambiamenti di forma disseminati nello spazio- tempo. Presi allora la misura inaudita del miracolo d'esistere, di ciò che vuol dire essere, apparire nel mondo, nascere sotto forma di un essere vivente. Stavo per “non- nascere”…
Quando mi sono “svegliato”, l’indomani, conservavo nel cuore il ricordo santo della mia origine istantanea, poesia delle cose dell’inizio, che si moltiplica miliardi di volte con lo stesso slancio, come se fosse la prima volta…
La straordinaria avventura della nascita poteva prendere vita e rinascere senza morire…

Quella odissea del miracolo della nascita è da riscoprire ogni mattina nel mondo detto “reale”, risvegliandosi alla resurrezione di ogni nuova giornata.

In quel semplice risveglio mattutino è contenuto il segreto del passaggio dalla nascita dell’umano e del mondo. Tutta la bellezza dell’avventura umana è ritrovare quel potenziale, risvegliarsi a quel passaggio, quello della nostra origine istantanea. Si rinnova in ogni avvenimento quotidiano perché ogni luogo contiene la propria nascita. Tutti i sensi, tutte le emozioni, tutti i pensieri e le azioni nel risveglio partecipano a questa straordinaria festa della vita: imparare a non- nascere infinitamente senza morire…

Interlocutore: Perché usate il termine “non- nascere” ?

D.C.: Ho notato che in molti amici ricercatori, la parola rinascere o rinascita induceva la paura di perdere la propria identità, la paura di perdere le proprie caratteristiche psicologiche. Anche se questo modo di pensare all’evoluzione spirituale è sbagliato, non drammatizziamo! L’evoluzione si compie in una successione di risa più che di pianti. “Nel mondo di prima”, le paure causavano inquietudine e angoscia mentre le paure trasformate procurano potenza. E’ per questo che parlo di non- nascere senza morire. Quella precisazione toglie le proiezioni o le credenze che oscurano e appesantiscono il cammino.
Quando i veli dell’ignoranza scompaiono, il reale si rivela in tutta la sua chiarezza; quando il ricercatore smarrito diventa l’esploratore felice, la sua coscienza applicata al quotidiano gli dà lo slancio della saggezza e la contentezza di interrogare la verità.
La visione della realtà l’obbliga alla sincerità, alla lucidità e alla discriminazione perché scopre il filo del suo labirinto interiore.

Il suo slancio naturale è determinato ma senza volontarismo. Fa di più che provare la gioia; la pratica.

L’esercizio delle sue azioni, pensieri, parole gli conferisce una delicatezza umana molto più fine del ruolo non cosciente del “salvatore, vittima o persecutore”.
Una nuova pedagogia dell’amore si calerà nella sua persona, il suo fare e la sua gaiezza non saranno più legati ai portafortuna, ma all’esperienza del soggetto che si emoziona per la sua presenza nel cuore di chi vive. Il corpo se ne troverà slegato, sciolto e l’energia creatrice che mette in opera gli darà la forza delle sue azioni. E’ la fine dell’identificazione al ruolo del “essere perituro”, a profitto di una coscienza costante, immortale e illimitata.

Interlocutore: Ma sembra che per la maggioranza di noi la parola “nascere” significhi: essere identificato con un corpo, con pensieri. “So che esisto, sono nato…dunque dovrò morire…” Cosa ne pensate?

D.C. Si, l’immagine che ho di me identificata con quel ragionamento mi costringe a vivere in una gabbia mentale “sintonizzata su radio sofferenza”. I pensieri e le azioni che ne derivano saranno fondate su questa sofferenza primitiva.

Interlocutore: Come non pensare alla morte dei propri cari ?
D.C. Ecco una storia:
Un vecchio che sta morendo è vegliato dagli amici in lagrime.
Apre gli occhi e scoppia a ridere.
Gli amici esclamano: “Perché ridi mentre noi piangiamo?”
“Rido perché è la paura della vostra morte che vi fa piangere”
E muore ridendo.

Senza drammatizzare, ma senza concessioni, guardiamo quel che succede quando compensate o negate l’immagine della paura della vostra morte…(risa): i giorni passano come una nostalgia o una mancanza! Il mondo è conosciuto e non offre più sorprese, è una sfilza di sepolture coi suoi pianti, le sue fatalità, le sue spiegazioni, i suoi commenti che accompagnano la morte della vita! Questo vi dice qualcosa?(risa).

Interlocutore: Se sono sincero con le mie inquietudini, si .

D.C. E’ buon segno…, perché siete consapevole dell’immagine che vi chiude in un ruolo di “vegliardo” che ha banalizzato tutto, invece di vedere “ciò che è altro e differente”.
Se aveste coscienza di quel ruolo, potreste prendere distanza da quell’automatismo “me” e ridare vita a quel bambino stupito, gioioso, creativo, che ha l’avventura negli occhi e il cuore nella scoperta della sua metamorfosi.

Abbellire la propria vita si, cambiarla no, Sperimentarla si, pensarla no.

Interlocutore: Dobbiamo dunque morire all’immagine del falso me e del falso mondo?

D.C. Si, e ciò significa non – nascere al mondo “conosciuto” e all’immagine “conosciuta” che ho di me per non rinchiudermi in una gabbia memoria.
Ecco uno dei primi segreti per non restare prigionieri di quella gabbia “immagine–me”, che trasforma la diversità infinita in una “flatulenza cerebrale” (risa)
Come vi sentite?
(lungo silenzio) Sento quello che dite più che comprenderlo, ma mi sento semplificato! Stranamente aperto al silenzio e ai rumori che ci circondano…

D.C. Sentite la differenza tra radio–presenza e radio–sofferenza?
Come una progressiva ritirata delle idee e dei pensieri a beneficio della contemplazione di quello che è immediato, non è vero?… Come una realtà più silenziosa, primordiale e affettuosa della nostra esistenza, prima di sintonizzarsi per abitudine sulla frequenza di radio –sofferenza.

Interlocutore: Si, come un passaggio tra l’esteriorità e l’interiorità, tra essere al riparo o essere fuori, esposti alle intemperie.

D.C. Quel passaggio è la scoperta della gioia di essere liberi, liberi di passare da una riva all’altra, in un rapporto con il reale quotidiano come si presenta. Il risveglio a questo passaggio dinamico tra il tempo–orologio e l’ “atemporale–ora”, dà la perfezione di cui l’umano è capace.
Il passaggio tra essere vittima dei tormenti del mondo e la potenza silenziosa universale, è un ponte tra la finitezza del mondo e il suo sorgere. Questo va e vieni ininterrotto è un movimento permanente che riporta l’universo ad ogni cosa. “Ogni uno” di noi vi è invitato immediatamente. Senza prendere appuntamento!
L’essenza dell’opera umana è ritrovare questa verità. La grazia che ne segue cambia il soggetto umano in figlio glorioso della saggezza e da qui risa, modestia e libertà si impareranno e si personalizzeranno nel proprio quotidiano…

Interlocutore: Toh, si direbbe che non ho più idee, non penso più !

D.C. Le idee vengono dal pensiero mentre le intuizioni primordiali sorgono dall’esperienza immediata. Le idee si danno così tanta importanza che attirano l’attenzione di chi parla, favoriscono l’atteggiamento irrazionale e aprono la porta a tutti i deliri.
Sentite ciò che significa per voi non-nascere delle idee del pensiero “morte” senza morire?

(silenzio)
Interlocutore: Mi sento presente, nuovo…, per niente stanco, con una forza di vivere…
tutto è nuovo! Si direbbe che sto per nascere !!!

D.C.: La vera presenza è il frutto della cancellazione rinnovata… Nessun destino, nessuna fatalità, nessun modello esplicativo, nessun a priori, nessun giudizio.
Avete una domanda?

(Silenzio) No. Sono senza domande! Vivente senza domande!

D.C. Voi siete la risposta, no? Voi siete la risposta nuova! Come una nuova vita, una interrogazione vissuta sempre rinnovata senza perché o come!


Interlocutore: Ho l’impressione di aver attraversato il muro del suono mentale… il Big bang del mistero…

D.C. Voi siete il mistero, senza le abituali forze opposte: la domanda che aspetta la risposta. Eccovi diventato il mistero in seno al quale la domanda diventa la risposta. Una domanda si vive in sé, essa non chiede come un mendicante, si anima in se stessa, non è una mancanza. Qui non è più un interrogatorio, non si ordina in argomenti logici, è rivelatrice, innegabile, creatrice, cristallina, illuminante, gioiosa ed eclatante nella sua essenza assoluta.

Interlocutore: Ora che il tempo falso e il falso soggetto non esistono più, vorrei tornare nella storia della vostra infanzia. Quando avete avuto l’impressione di “non–nascere” per la prima volta ?

D.C. Ora… in questo “qui”… intimo tra noi due, lì dove si cambiano i nostri silenzi in parole… (risa).
Da bambino ero felice di giocare a “si direbbe che sono David”. Ero come tutti, avevo degli amici, ma ero di più di questo. Vivevo giorno e notte in una dolce presenza intima, meravigliosamente misteriosa e protettiva. Gli avvenimenti di superficie (famiglia emigrata, povertà e difficoltà parentali) avevano poca presa sul mio ancoraggio interiore.
Le notti e i giorni erano i miei territori di gioco e la voglia di giocare e rigiocare all’interno della mia mente si è fortificato come uno slancio naturale. Ho attraversato i primi anni della mia adolescenza in quella qualità interiore perché sapevo “rientrare dentro di me”.
Poi alla fine dell’adolescenza, certe qualità di presenza sono un po’ svanite… Mi sono identificato con David adattato dalla famiglia e dalla società. Poco a poco ho perso quel contatto intimo.
Il cattivo umore, le reazioni e il corteo di sofferenze hanno fatto la loro comparsa nella mia mente. Ero diventato ribelle, proteggevo il mio ego senza saperlo! Poi, verso i 25 anni, ci fu una chiamata, una notte, ho rivisto chi ero, non era un sogno, non era un sogno… assistevo allo spettacolo della mia unità ritrovata. Dopo essere nato identificato “con l’immagine me, vita, morte”, io stavo per non–nascere senza morire illuminando il mondo della interiorità. Là cominciava uno straordinario cammino verso il risveglio…
Scoprire lo spazio del mondo interiore della mente umana dà la chiave “io sono quello”, il passaggio tra il dentro e il fuori, l’alto e il basso, destra e sinistra, il prima e il dopo.

Interlocutore: “La linfa è all’interno del grano, delle radici, del tronco, dei rami, dei fiori, del profumo. Non è questa vita che spinge l’esteriorità coesistendo infinitamente con essa stessa!” (citazione da 3ème Millénaire n.78 L’autoconoscenza unifica).
Potete descrivere più precisamente i passaggi che danno accesso a quella presenza rinascente ?

D.C. Ecco alcune piste pedagogiche per Imparare ad imparare a non–nascere senza usare concetti di gerarchia, senza negare lo straordinario insegnamento che ne deriva!

Scoprire il passaggio tra:
il mentale e la distrazione dà l’onnipresenza;
il senso e la realtà dà il nettare della vita;
il passato e il futuro dà la potenza dell’istante presente;
le paure e la vittima dà il coraggio intrepido dell’azione;
la collera e la pace dà la gioia duratura;
l’indifferenza e la reazione dà l’innocenza dell’amore;
l’amore e l’odio dà la non –dualità;
il giudizio e il senso di colpa dà l’autonomia spirituale;
un uomo e una donna dà il divino incarnato;
io so e non so dà l’onniscienza;
Nascere e morire dà l’immortalità;
la malattia e l’essere in buona salute dà la guarigione;
la sofferenza e il dolore dà la quiete;
i lamenti e il nichilismo dà il ridere;
le cause e gli effetti dà l’invincibilità;
le forme e le non forme dà la vacuità;
il silenzio e la parola dà la saggezza;
le cose e la loro origine dà l’intelligenza pura;
due pensieri dà la sorgente del pensiero;
il giorno e i sogni dà la libertà creatrice;
il sogno profondo e il giorno dà il miracolo d’esistere;
la pagina bianca e la scrittura dà la saggezza;
la verità e l’errore danno la giustizia;
i sogni e il sonno profondo dà il risveglio.

Nascita dell’istante…
Io sono scintilla di diamante,
una polvere di vita,
un intervallo d’istante,
rinascente, io sono.
Questo passaggio non è esoterico, è
In ogni sguardo,
in ogni ascolto,
in ogni parola,
in ogni emozione,
in ogni incontro.

E’ un atto d’intelligenza pura,
è un’energia pura,
è una comprensione senza la ragione,
è un’evidenza semplice e gioiosa,
danzante, divertita, divertente.

Ciò che scoprite
Non è un oggetto
Non è uno stato
Non è uno stato
Non è una sicurezza, ma
UNA FRAGILITA’ ONDEGGIANTE
In quel cuore così intimo ma dilatato all’infinito
Io sono quella scintilla a cielo aperto
Nel cuore del quale prende nascita
La fragilità d’essere,
La fragilità di manifestarsi,
La fragilità di dimenticarsi,
La fragilità della prima volta

Quella fragilità non è difensiva,
non sa ancora pensare agli attacchi e alle difese,
è un passaggio a cuore aperto.

Il principio di rinnovamento
Di questo intervallo di grazia
Tra la nostra anima individuale e l’anima del mondo,
è un passaggio che non si imprime
che una sola volta…

Ritrovare il passaggio,
Il legame,
L’intervallo,
Lo spazio,
è il tempo benedetto del passaggio, il luogo dove la potenza dell’eternità sgorga d’istante in istante. Qui si rinnova la matrice delle cose e dei pensieri da dove si propagano le idee.
Non è un passaggio mistico, ma un luogo
Di verità e di concretezza.
Quando lo scoprite,
Fate un incontro straordinario.
Scoprite il segreto dei segreti
Entrate nell’Ordine dei Misteri.


Il Gesto.
Quando scoprite la chiave e la serratura,
Non scoprite uno stato di coscienza,
Scoprite un gesto da fare e rifare.

Quel gesto è sempre da rifare
nello spirito della prima volta
Migliaia di volte
Milioni di volte
Miliardi di volte

E’ un gesto
divertito,
ludico,
gioioso,
semplice,
gaio,
che confida.


La buona novella.

E’ che questo si realizza sempre,
Non potete lasciarlo,
Non potete lasciarvi,
E’ un appuntamento che non potete mancare.

Vi è rappresentato
Ridonato,
Vi è offerto
E Offerto di nuovo.